di Valentino De Bernardis –

Riprende la stagione degli scioperi in Sud Africa. Domenica 4 ottobre la National Union of Mineworkers (NUM), maggiore sigla sindacale del settore, ha annunciato la rottura delle trattative con le compagnie estrattive di carbone e indetto lo sciopero generale ad oltranza. A causare il fallimento della concertazione è stato il mancato accordo sull’aumento salariale. La richiesta dei sindacati di un incremento del 14% della busta paga dei lavoratori (da una iniziale richiesta del 50%) ha trovato totale chiusura dei rappresentati delle compagnie, fermi nella loro controproposta di un aumento dell’8,5%. Proposte di domanda e offerta giustificate dalla differente lettura che le parti in causa hanno dato a tre elementi chiave: un tasso di inflazione previsto dal Fondo Monetario Internazionale per il periodo 2015-2016 al 4,8% e 5,9%; aumento della tassazione; crisi del settore minerario.

Come riportato dal portavoce del NUM, Livhuwani Mammburu, data l’impossibilità di arrivare ad una soluzione condivisa tra le parti, la proclamazione dello sciopero ha rappresentato per il sindacato l’unica via percorribile. Oltre al NUM, allo sciopero ha aderito anche la sigla dell’Association of Mineworkers and Construction Union (AMCU), mentre altri due sindacati minori hanno firmato l’accordo proposto dalle compagnie.

La tensione è tornata a superare i livelli di guardia a soli sei mesi dalla conclusione di un altro sciopero generale, quello che vide, tra gli altri, i lavoratori dell’Anglo American’s (LON:AAL) Kleinkopje incrociare le braccia e fermare la produzione di carbone, fino ad influenzare la fornitura di energia elettrica nazionale.

Il Sud Africa dipende dal carbone per l’80% della sua fornitura di energia elettrica, e uno sciopero a tempo indefinito potrebbe influenzare nuovamente l’approvvigionamento elettrico della rete nazionale. Rallentando così la produzione industriale a tutti i livelli. Elemento sottolineato anche dalla Eskom (compagnia fornitrice del 95% dell’energia del paese) che ha annunciato di disporre riserve per 30 giorni prima di essere costretta ad interrompere (con modalità ancora da programmare) la fornitura di energia. Condizione di eccessiva dipendenza che per il quale il governo nel 2011 ha promulgato l’Integrated Resource Plan (IRP) 2010-2030, e rilanciato lo scorso mese di gennaio il programma nucleare ad uso civile, senza che però sia ancora riuscito ad arrivare ad una concreta diversificazione del settore energetico.

Inoltre essendo il carbone elemento chiave nell’export di Johannesburg verso l’Europa e l’Asia, uno sciopero prolungato, potrebbe anche avere ripercussioni negative sulla bilancia commerciale, attualmente già indebolita dalla difficile congiuntura economica internazionale.

La nuova ondata di agitazioni sindacali, in un settore strategico per l’economia sudafricana, impegna direttamente l’esecutivo Zuma a trovare una risposta definitiva ad un problema he torna ciclicamente in cima all’agenda politica del governo.

Elemento politico da analizzare attentamente è come lo sciopero dei minatori di carbone sia stato indetto da due sindacati affiliati al Congress of South African Trade Unions (COSATU), il partito che assieme all’African National Congress (ANC) e al South African Communist Party forma la coalizione di governo.

Una prima frattura all’interno della coalizione di governo, sebbene non possa significare nel breve-medio periodo uno sfaldamento completo dell’alleanza tripartita, testimonia certamente una distanza sempre maggiore tra il partito una volta guidato da Mandela e la società civile, cioè quella fascia di popolazione che maggiormente sta risentendo della crisi economica che ha ridotto i tassi di crescita e il consumo privato, e che a venti anni dalla fine dell’apartheid sembra aver acquisito una maggiore consapevolezza politica, finalmente slegata dal retaggio di provenienza etnica dei propri rappresentanti. Retaggio che ha ingabbiato il paese per troppi anni, e relegato in secondo piano i veri problemi del paese.

Intanto nella giornata di mercoledì 7 ottobre, le città principali del paese sono state attraversate da molteplici manifestazioni che hanno portato in strada migliaia di lavoratori per chiedere condizioni di lavoro più dignitoso e politiche del lavoro più incisive, capaci di contrastare i tagli dei posti di lavoro nel settore privato.

@debernardis

Le opinioni espresse in questo articolo sono a titolo personale