di Valentino De Bernardis –

Si inizia a respirare una moderata aria di fiducia sul processo di pacificazione nazionale intrapreso dal Sud Sudan lo scorso anno. Dopo innumerevoli ritardi, accuse incrociate e opportunità mancate, il governo ufficiale del Sudan People’s Liberation Movement (SPLM-Juba). e l’opposizione armata riunita attorno al Sudan People’s Liberation Movement in Opposition (SPLM- IO) dimostrano un vero impegno nell’attuazione degli accordi di pace di agosto 2015, con potenziali effetti benefici a cascata in tutti i perimetri politici, sociali ed economici del paese.

Il ritorno del capo dell’opposizione armata al governo centrale Riek Machar in Giuba lo scorso 26 aprile, sembrerebbe significare l’apertura di un nuovo capitolo (il primo positivo) nella breve storia del più giovane stato africano, martoriato da due anni di guerra civile che hanno causato migliaia di morti, due milioni di sfollati e le accuse di crimini contro l’umanità mosse contro i due principali schieramenti in lotta (dall’arruolamento dei bambini soldato allo stupro sistematico come strumento di guerra ai massacri di civili inermi).

Il rientro di Machar rappresenta una chiave di svolta nell’attuazione degli accordi di pace, necessario alla creazione di un governo di transizione (TGoNU). Un esecutivo di trenta elementi, già ripartito in quote per non ledere gli interessi di nessuno degli attori in causa, ed assicurare la sicurezza collettiva. Ai rappresentanti del governo centrale dell’attuale presidente Salva Kiir Mayardit spettano sedici ministeri, dieci a quelli di Machar, mentre i restanti quattro da spartirsi egualmente tra le restanti forze politiche presenti in parlamento e gli ex detenuti politici.

La stabilità politica rimane ad ogni modo sempre precaria, appesa ad un filo sottilissimo pronto a spezzarsi sotto il peso leggero dei fraintendimenti ed incomprensioni, liso dalla reciproca sfiducia. Non a caso il rientro di Machar a Giuba previsto inizialmente per il 18 aprile era stato poi posticipato di una settimana e solamente la presenza di circa 1500 truppe di suoi fedelissimi (controbilanciate ufficialmente da 3000 truppe del governo centrale), e l’intervento diplomatico della comunità internazionale, hanno creato i presupposti concreti a garanzia della sicurezza personale del leader dell’opposizione, ed evitare che la negoziazione facesse l’ennesimo buco nell’acqua, come la storia recente del Sud Sudan ci aveva insegnato.

A giocare un ruolo chiave nel processo di pacificazione continueranno ad essere gli attori internazionali occidentali ed africani che hanno tutti da guadagnare da un Sud Sudan non più in guerra. Della prima categoria fanno certamente parte gli Stati Uniti, interessati ad evitare la nascita di una “nuova Somalia” nel cuore del continente africano, ed evitare di creare terreno favorevole all’insediamento di nuove forme di terrorismo (specialmente quello di matrice islamica) in una regione non povera di tensioni, e dove le politiche intraprese dai paesi occidentali per incapacità, o per lassismo morale hanno spesso lasciato terreno libero ai signori della guerra o pseudo dittatori locali. Un impegno importante che ha portato il governo di Washington a sostenere il Sud Sudan da dicembre 2013 con circa $1,6 miliardi di aiuti)

Di altra matrice e consistenza l’impegno dei paesi africani, direttamente interessati nel susseguirsi degli eventi politici di Giuba, per evitare pericolosi osmosi non gradite di instabilità. Per i paesi costieri il Sud Sudan rappresenta una via di comunicazione non secondaria nel processi di integrazione regionale ed avere accesso facilitato ai mercati nordafricani. A tal proposito l’ammissione del Sud Sudan alla Comunità dell’Africa Orientale (EAC), durante l’ultimo summit di Arusha in Tanzania (marzo 2016), ha rappresentato una pietra miliare per il paese, che adesso può accreditarsi con maggiore forza come partner commerciale ed economico affidabile. Dal punto di vista politico invece, alla luce dell’articolo 3 dello statuto dell’EAC, per il quale i paesi membri devono aderire non solamente ai principi universali del buon governo e dello Stato di diritto, ma anche al rispetto dei diritti umani e della giustizia sociali, tutti temi su cui il paese ha importanti lacune, ma che cosi è costretto ad impegnarsi per risolvere.

Il Sud Sudan rappresenta un tassello non secondario nello sviluppo economico regionale. Difatti i maggiori sponsor al suo ingresso in EAC sono stati Kenya Uganda e Rwanda, cioè i maggiori beneficiari di un Sud Sudan stabilizzato, quale percorso obbligato di tutti i progetti infrastrutturali legati al corridoio nord, per il trasporto di merci.

Ai problemi storicamente noti dei paesi in guerra civile quali il disarmo completo dei combattenti, la ricostruzione di uno spirito nazionale unitario e il ritorno degli sfollati nelle proprie abitazioni, o quel che ne rimane, si devono sommare quelli di un paese economicamente debole ed immaturo. Il conflitto scoppiato appena un anno dopo la faticosa indipendenza raggiunta dal governo di Giuba ha impedito all’economia nazionale di seguire il naturale percorso di sviluppo. Una criticità ben sottolineata dalle ultime previsioni economiche del Fondo Monetario Internazionale che prevede per l’anno corrente una crescita economica negativa del 7,8% e un ritorno in ambiente positivo solo a partire dal 2017, con quasi metà della popolazione bisognosa di aiuti umanitari.

Lo stato di perenne emergenza ha forzatamente costretto il governo centrale a rimanere agganciato a doppio filo all’esportazione del petrolio, ancora oggi prima fonte di entrata per le casse del governo centrale. Una dipendenza messa a nudo dalla crisi del prezzo del petrolio sul mercato internazionale negli ultimi anni, che ha finito di dissanguare il bilancio pubblico.

Una situazione che definire difficile è un eufemismo, a cui il TGoNU una volta insediato dovrà trovare risposte concrete, sebbene al momento non vi sembrano esserci.

@debernardisv

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