di Valentino De Bernardis –

Ennesima ripartenza del processo di pace in Sud Sudan. Cinque mesi dopo la firma dei trattati di pace (26 agosto) e a dieci giorni dalla scadenza non rispettata per la formazione del governo di transizione (22 gennaio), l’opposizione armata del Sudan People’s Liberation Movement-in-Opposition (SPLM-IO), guidati dall’ex vicepresidente Riek Machar Teny Dhurgon, segna un simbolico punto a suo favore. Lo scorso 31 gennaio, l’Intergovernmental Authority on Development (IGAD), nel corso della 55esima sessione straordinaria, ha emesso un comunicato che invita il governo di Juba a sospendere la modifica dell’amministrazione statuale intrapreso unilateralmente ad ottobre, con il fine di incrementare il numero degli Stati federati da dieci a ventotto.

Il comunicato dell’IGAD, sebbene non vincolante, rappresenta un chiaro messaggio per il presidente della Repubblica Salva Kiir Mayardit, che utilizza il progetto di maggiore decentramento dell’apparato statale come uno strumento per avere sempre maggiore controllo del territorio (i governatori dei singoli Stati sono di nomina presidenziale), e acquisire consenso popolare a discapito dell’opposizione.

Il comunicato dell’IGAD segue di una settimana (24 gennaio) un uguale annuncio fatto dalla troika di paesi (Stati Uniti, Regno Unito e Norvegia) da molto tempo attiva nella mediazione tra le diverse fazioni in lotta, in cui si sottolineava come, all’interno dell’attuale quadro politico sud-sudanese, sembra essere proprio la creazione dei diciotto nuovi Stati il principale ostacolo all’implementazione dei trattati di pace, e all’impossibilità di creare un governo di transizione di unità nazionale (Transitional Government of National Unity-TGoNU).

Sebbene il governo centrale si sia subito espresso in favore del comunicato dell’IGAD, non sembra chiaro quanto alle parole possano seguire i fatti, e quanto sia forte la volontà politica di sospendere un processo già molto avanti nell’attuazione, e definito come irreversibile dopo che il 24 dicembre si è persino provveduto a nominare i governatori dei ventotto stati. A tal proposito la SPLM-IO ha fornito una prima base di contrattazione futura con il governo per ridisegnare i confini amministrativi del paese, prendendo come base di partenza i confini dei ventuno distretti coloniali, in modo da poter giungere entro il più breve tempo ad una sintesi condivisa tra le parti e non da uno solo degli attori in gioco.

Mentre la politica continua a cercare una soluzione di lungo periodo, sul campo di battaglia le forze armate governative, riunite attorno al Sudan People’s Liberation Movement (SPLM – Juba), e le forze ribelli continuano a fronteggiarsi in una guerra fredda sotterranea, ritardando la programmata integrazione dei due eserciti e delle forze di polizie, prerequisito essenziale per lavorare ad una pace duratura. Da lunedì 1 Febbraio, a preoccupare le forze di mediazione internazionali sono le accuse rivolte dal SPLM-IO alle forze governative di aver usato armi chimiche durante alcuni scontri nello Stato dell’Equatore occidentale. Un conflitto di accuse reciproche dove è vero tutto e il contrario di tutto, con i rappresentanti delle istituzioni incapaci di cogliere i frutti della tanto agognata indipendenza raggiunta nel 2011.

Le vicende in Sud-Sudan trovano eco anche all’interno dei consessi diplomatici e diventano materia di scontro geopolitico tra i maggiori attori internazionali. Ultima in ordine cronologico il voto contrario di Russia e Cina (supportati da Senegal, Egitto ed Angola) alla proposta in sede Nazioni Unite di imporre sanzioni contro il presidente Kiir e Machar (ritenuti responsabili diretti del prolungato conflitto armato), la commercializzazione del petrolio (importante fonte di reddito per le casse statali) e l’embargo sulle armi.

Qualunque sia la decisione finale sulle sanzioni, l’importante è che il paese non ne continui a pagare il prezzo, rimanendo impantanato per l’ennesima volta in una nuova falsa partenza.

@debernardisv

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