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Non è una festa quella del quinto anniversario di indipendenza nel Sud Sudan: solo negli ultimi giorni sono 150 le vittime degli scontri che si sono tenuti nella capitale Juba, dove esposizioni si sono sentite provenire dal compound del palazzo presidenziale.
Tuttavia quella di oggi è storia ordinaria per il più giovane stato del mondo, percorso da una sanguinosa guerra civile alternata a momenti ritentativi di pace, mediati dalla Lega Africana e dall’Onu.
Le due principali fazioni in lotta sono i Dinka, fedeli al presidente Salva Kiir, e i Nuer dell’oppositore Riek Machar, un tempo suo braccio destro.
La situazione nel paese africano è drammatica: nato nel luglio 2011 dalla secessione dal Sudan, il Sud Sudan è uno dei paesi più poveri della Terra, sconvolto da tensioni etniche e con una guerra civile che sembra non conoscere fine. Tuttavia chi controlla il Sud Sudan controlla le importanti risorse minerarie e petrolifere.
Lo scorso 1 giugno il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha stabilito di prorogare di un anno le sanzioni economiche nei confronti delle varie fazioni in lotta nel Sud Sudan: la risoluzione “chiede che i leader del Sud Sudan pienamente e immediatamente aderiscano al cessate il fuoco permanente, in conformità con i loro obblighi derivanti dal contratto”. Viene inoltre chiesto che il Sud Sudan consenta un “pieno, sicuro e senza ostacoli accesso umanitario per contribuire a garantire la puntualità nella consegna di aiuti umanitari a tutti coloro che ne hanno bisogno”.
