di Enrico Oliari –
Ha chiesto spiegazioni il ministro della Giustizia sudafricano Jeff Radebe, dopo l’incredibile messa sotto accusa per omicidio dei lavoratori dell’ormai triste miniera di Marikana che lo scorso 16 agosto avevano scioperato per chiedere un aumento di stipendio: la polizia aveva sparato contro i manifestanti uccidendone 34 e ferendone diversi, ma, per la dottrina del ‘common purpose’ del contorto Codice di procedura penale del Paese, che imputa ai presenti la responsabilità penale dell’esito di un evento, ieri in 270 sono stati incriminati per omicidio, compresi i sei ancora ricoverati in ospedale.
L’incriminazione da parte della Procura, come hanno spiegato diversi giuristi, è stata resa possibile grazie a una legge anti-sommossa del 1956, mai rivista dalle autorità sudafricane a seguito dell’abolizione dell’apartheid.
“Chiunque complotti con qualcuno per aiutarlo a commettere un reato o inciti o provochi un’altra persona a commettere un crimine, è colpevole di un crimine, come se lo avesse commesso in prima persona – ha spiegato il costituzionalista Pierre de Vos sul suo blog – il regime dell’apartheid usava spesso questa norma per ottenere la condanna di uno o più leader di una manifestazione, o dei dirigenti di un’organizzazione della lotta all’apartheid come l’Anc (African national congress), i cui membri avevano partecipato ad attività di sabotaggio, aggredito o ucciso dai rappresentanti del regime dell’apartheid”.
de Vos ha comunque ribadito che l’ufficio del procuratore non aveva alcun motivo per ricorrere a tale norma, “a meno che la procura non abbaia a disposizione elementi che l’opinione pubblica ignora”.
I minatori brandivano bastoni e di machete, ma a sparare ad altezza d’uomo erano stati i poliziotti, oggetto comunque di un’inchiesta voluta dallo stesso ministero. La Lonmin, filiale dell’inglese Lonhro e proprietaria della miniera di Marikana, già il giorno dopo l’eccidio aveva intimato ai lavoratori (tutti di colore) di rientrare al lavoro, pena il licenziamento.

