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Ha preso il via la tornata elettorale per le presidenziali in Sudan, dove la riconferma del presidente Omar al-Bashir è data come cosa fatta. A favorirne la rielezione dopo quasi 26 anni di presidenza è anche la protesta dell’opposizione, che si è data al boicottaggio.
Sono 18 milioni i sudanesi (su 38 milioni di abitanti) chiamati ad esprimersi su una rosa di 15 candidati, di cui al-Bashir resta l’unico con possibilità di farcela.
Il 71enne al-Bashir è salito al potere nel 1989 grazie a un colpo di stato militare che aveva rovesciato Sadiq al-Mahdi: su di lui gravano sospetti di legami e di finanziamento di gruppi terroristici, come pure l’accusa di crimini di guerra e contro l’umanità e di genocidio, per fatti commessi nel conflitto del Darfur (oltre 400mila civili morti a causa di malattie e carestie, 300mila morti a causa di “violenza e malattia”, 9mila morti in combattimento, 2 milioni di sfollati).
Il Sudan di oggi soffre della secessione del Sud Sudan, regione che conteneva tre quarti delle risorse petrolifere del paese, della spaccatura atavica fra le popolazioni autoctone e quelle arabe e dei molti venti di secessione che attraversano diverse regioni, come il Kordofan e il Sud Kordofan, dove la maggior parte del territorio è in mano alle milizie autonomiste.
A vegliare sulla regolarità delle elezioni sono l’Unione Africana, la Lega Araba, l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad) e la Conferenza islamica; il presidente della Commissione elettorale, Mukhtar al-Assam, ha reso noto che le elezioni si svolgeranno in tutti i 18 stati, tranne che in sei aree del Sud Kordofan e in una centrale del Darfur, controllate dai ribelli.

