di Chiara Cirelli –

È trascorso più di un mese dalla conclusione della tanto discussa Coppa del Mondo di calcio: le Furie Rosse hanno avuto la meglio sulla squadra di Messi. Qualcuno ha definito una beffa la presenza del Tycoon alla premiazione (persino eccessiva), con la consegna delle medaglie alla nazionale del premier Sánchez, con il quale le divergenze sono parecchie. La cerimonia di chiusura, che ha avuto luogo il 19 luglio nel New Jersey, ha visto una modifica del regolamento della FIFA e l’introduzione di un insolito spettacolo musicale all’intervallo: una sorta di “Superbowlation” di un football che tutto è tranne che americano.

Una “Superbowlation”, come quella che sta prendendo piede nell’altra America, dove Trump raccoglie sempre più alleati. Dopo decenni passati a volgere altrove lo sguardo e l’attenzione, Washington ha trovato nel proprio giardino di casa un ospite indesiderato: Pechino. E quindi, secondo i vertici del Pentagono, appare sensato recuperare la propria posizione di controllo o comunque di preminenza sul continente, specie in quelle aree più critiche. In questo senso è da intendersi l’operazione avvenuta il 3 gennaio scorso in Venezuela, che ha prodotto la destituzione e il rapimento di Maduro e consorte, ma non, come speravano i più ingenui, un cambio di regime.

Ciò che è accaduto e che accade tuttora non è altro che una manovra di gattopardesca memoria: fare in modo che tutto cambi, se si vuole che tutto rimanga com’è. Così, la presidente de facto di Caracas, Delcy Rodriguez, permettendo il ritorno delle compagnie estrattive statunitensi, ha ottenuto non solo un alleggerimento delle sanzioni, ma anche il mantenimento dei funzionari chavisti (a parte l’allontanamento di pochi intransigenti fedelissimi di Maduro). Ad esempio, come rivelato dal NYT a maggio, la compagnia Exxon potrebbe tornare nei pressi del Lago di Maracaibo con un piano di oltre 100 miliardi di dollari, voluto da The Donald per riportare in vita il «Venezuela saudita» degli anni ’70-’80.

Bisogna tener presente che, prima della deposizione di Maduro, il più grande importatore di greggio venezuelano era proprio Pechino, che nel frattempo aveva schierato una propria nave spia, la mastodontica Liaowang, per monitorare le attività statunitensi (e poi, dopo la crisi dello Stretto di Hormuz, spedita nel Golfo, senza il bisogno di dichiarazioni ufficiali). Questo a Washington non poteva andare bene. Oggi, la “piccola Venezia” non è altro che uno Stato fantoccio, in cui a determinare le sorti politiche e finanziarie è il segretario di Stato Usa Marco Rubio, che agisce, secondo funzionari dell’amministrazione, alla stregua di un vero viceré spagnolo. Tuttavia, i proventi per le compagnie a stelle e strisce non sono stati quelli sperati, almeno per il momento. E il controllo del territorio è saldamente nelle mani dei colectivos, che garantiscono l’ordine pubblico al regime chavista.

In nome di una rivisitazione della Dottrina Monroe, che qualcuno ha abilmente definito “Donroe”, l’amministrazione Trump pare essere disposta a tutto o quasi per allontanare Cina e Russia dalle Americhe, difendendo la propria naturale sfera d’influenza. Per questo, l’incontro tenutosi a Pechino tra Trump e Xi aveva avuto come parola d’ordine: coesistere. E competere.

La competizione, la cui soluzione resta nel Pacifico, passa per il Latinoamerica e la lotta al narcotraffico, che adesso interessa anche paesi considerati sicuri, come Cile ed Ecuador. Il Tycoon, a inizio marzo, ha riunito a Miami i leader latinoamericani a lui ideologicamente vicini con il fine di dar vita a una coalizione regionale per annientare i cartelli della droga e contenere il Dragone. Il legame tra Cina e cartelli della droga, specie messicani, dà vita a una delle reti del narcotraffico transnazionale più potenti al mondo. In quell’occasione, Trump mise sul tavolo un’alleanza comprendente 17 paesi americani, ma grandi assenti furono Messico e Brasile.

Qualcosa, ad oggi, è cambiato: all’accordo si sono aggiunte Lima e Bogotà. La Colombia ha un nuovo presidente, Abelardo de la Espriella. Questi, alcuni giorni fa, poche ore dopo l’insediamento, al di là del devastante terremoto che ha scosso il suo Paese, ha autorizzato operazioni militari congiunte con gli Stati Uniti sul proprio territorio nazionale per combattere il traffico di droga e i gruppi armati illegali. Ad annunciarlo è stato il Segretario della Guerra, Pete Hegseth, da Panama, dove ha incontrato il presidente José Raúl Mulino per la preparazione dello Scudo delle Americhe, il cui fine è proprio quello di combattere i cartelli.

Questo passaggio, dopo la fine del governo di Gustavo Petro, critico nei confronti di Washington e della sua politica neocoloniale nei confronti dei paesi latinoamericani, apre una fase nuova nelle relazioni bilaterali tra i due paesi. Petro, in una recentissima intervista al Corriere della Sera, ha definito Trump alla stregua di un monarca, rivendicando di aver fatto sì che in quattro anni la Colombia smettesse di essere il primo esportatore di coca, spingendo i contadini, con incentivi, a impegnarsi in altre coltivazioni. Inoltre, ha denunciato come le destre siano spinte dall’esterno, con il serio rischio che le nazioni dal Caribe in giù finiscano sotto il controllo statunitense.

Intanto, spinti dall’insoddisfazione e dall’instabilità interna, milioni di persone si avvicinano sempre più a linee di pensiero di segno opposto a quello progressista, che negli ultimi anni aveva governato, a turno, su gran parte della regione. L’avvicinamento tra Bogotà e Washington ha spinto de la Espriella a telefonare a Rubio per chiedere di sospendere momentaneamente il dazio doganale del 12,5%, applicato a molti prodotti colombiani, e ridurre la pressione finanziaria sulle imprese locali, affrontando nel modo migliore le conseguenze economiche e umanitarie del terremoto di magnitudo 7,4 che ha colpito il Paese il 10 agosto. Tutto questo avviene in un momento in cui il deficit di bilancio è pari al 6,4% del PIL e il debito pubblico ha raggiunto massimi storici. Toccherà al ministro del Commercio Gómez negoziare.

Oltre alla Colombia, un altro Paese sudamericano ha visto insediarsi una nuova amministrazione: il Perù è adesso governato da Keiko Fujimori, che, da leader dell’opposizione, era finita in carcere per corruzione, figlia di quell’Alberto Fujimori che pose fine alla guerriglia di Sendero Luminoso e stabilizzò l’economia e che divenne noto per la deriva autoritaria e i crimini contro l’umanità, come la sterilizzazione forzata di oltre 200 mila donne indigene e andine. Appena giunta al potere, Keiko Fujimori ha dato il via libera alla partecipazione del Perù allo Scudo delle Americhe del presidente Trump, approfondendo la cooperazione sulla sicurezza con gli Usa. Inoltre, ha nominato come ministro degli Esteri Carlos Espá, noto per le sue posizioni anticinesi e filostatunitensi. Ciò spinge verso un appoggio agli interessi regionali della Casa Bianca.

Fondamentali, allo stesso tempo, rimangono i legami con Pechino, che ha investito miliardi nel settore minerario e nelle infrastrutture strategiche (si pensi all’allargamento del porto di Chancay), favorendo lo sviluppo economico. A tal proposito, a novembre, il piccolo Paese, che si affaccia sul Pacifico, prevede la propria partecipazione al forum Asia-Pacifico. Il Paese andino esemplifica il difficile equilibrio tra i due principali imperi (entrambi in crisi) nella regione.

Oltre a Lima, anche Quito, guidata dal liberale Daniel Noboa, si è avvicinata agli States, accogliendo truppe statunitensi sotto il controllo locale (è vietata la presenza di basi militari straniere fisse) per esercitazioni e pattugliamento. Washington, poi, fornisce la propria tecnologia avanzata per la lotta ai cartelli. Pure l’Ecuador ha adottato una politica commerciale pragmatica. In questa direzione si legge la visita di Noboa, definita storica, a Xi. La missione è: captare capitale cinese per progetti infrastrutturali e minerari; aumentare le esportazioni nel mercato asiatico (dal 2024 vige un trattato di libero scambio tra Cina ed Ecuador); discutere della questione del debito nei confronti delle banche cinesi e del funzionamento della centrale idroelettrica di Coca Codo Sinclair, situata sul fiume Coca, vicina al vulcano attivo Reventador, realizzata dall’azienda cinese Sinohydro per due miliardi di dollari e capace di fornire circa il 30% del fabbisogno nazionale.

Tra i principali alleati di Trump in Sud America c’è Javier Milei: con lui l’Argentina ha intrapreso un processo di risanamento dell’economia, non indolore. Recente è la decisione del governo di allentare le regole sui prestiti in dollari, permettendo alle banche di destinare fino al 15% dei depositi in valuta estera non solo alle aziende capaci di produrre valuta estera, ma anche a quelle che generano ricavi nella moneta locale. I dollari sono lo strumento attraverso cui l’inquilino della Casa Rosada intende affrontare il debito e far fruttare la Vaca Muerta, formazione geologica di idrocarburi non convenzionali nella Cuenca Neuquina, tra le distese color ocra della Patagonia, e promessa del riscatto del Paese più esteso del Cono Sud.

Nel frattempo, non si placano le polemiche per l’acquisizione di una quota della Vista Energy per 76 milioni di dollari da parte del miliardario Peter Thiel, fondatore della Palantir Technologies, colosso dell’intelligenza artificiale applicata alla difesa. Questo rientra nel progetto portato avanti da Buenos Aires di trasformare la Patagonia in un polo di data center di rilevanza per l’intero pianeta. Secondo il Ministero dell’Energia, a luglio la produzione di petrolio argentina ha raggiunto il record di 916.200 barili al giorno: di questi, il 70% deriva dalla Vaca Muerta. Il volume delle esportazioni di combustibili e dell’energia esportata nel primo trimestre del 2026 ha subito un incremento del 14,2%. Malgrado i guadagni in dollari, resta la carenza di valute estere.

Qualche giorno fa JPMorgan ha calcolato il rischio Paese (il country risk è un indicatore che misura la differenza di rendimento tra i titoli del Tesoro statunitensi e quelli degli altri paesi e un indice elevato può avere un impatto negativo sull’arrivo di investimenti a lungo termine, cruciali per progetti infrastrutturali) dell’Argentina: esso ha raggiunto la soglia dei 506 punti base, il livello più alto dal 26 maggio, evidenziando una maggiore cautela degli investitori nei confronti dei beni del Paese. La strada per il riscatto, nonostante i risultati ottenuti dal rigore fiscale del “presidente con la motosega” (come un surplus fiscale storico nel 2024 e nel 2025 dello 0,4% e dello 0,5%, il crollo dell’inflazione, l’abbattimento del rapporto debito/PIL, l’aumento delle riserve valutarie e il finanziamento del debito garantito per il biennio 2026-2027, pari a 44,1 miliardi di dollari), è ancora irta di ostacoli.

Si può notare come le forze di destra che governano l’America Latina siano attraversate da un comune sentimento filoisraeliano, simbolo quasi di una nuova identità politica. Il presidente argentino Milei, che si è detto «il presidente più sionista del mondo», insieme a Daniel Noboa e ad Antonio Kast del Cile (entrambi hanno ripristinato relazioni con Israele), era tra coloro che hanno presenziato alla cerimonia di insediamento di de la Espriella nella città di Cali, dove Washington e Tel Aviv hanno inviato rappresentanti di alto livello.

Il nuovo esecutivo colombiano ha intrapreso un cambio significativo nelle relazioni con Israele. Questo si evince dalle decisioni di trasferire l’ambasciata di Bogotà a Gerusalemme, di riconoscere la sovranità israeliana sulle Alture del Golan (territorio siriano occupato) e di ritirare il sostegno della Colombia al procedimento intrapreso dal Sudafrica presso la Corte Internazionale di Giustizia. Per questi governi di destra la causa palestinese appartiene alla sinistra, mentre quella israeliana e la lotta ai gruppi islamisti sono più conformi alla propria battaglia ideologica. Ma qui l’ideologia ha i suoi limiti: avvicinarsi a Israele significa ottenere il favore dell’inquilino della Casa Bianca.

Israele, in rotta con un Occidente che non fornisce più il sostegno di un tempo, pare poter contare su nuovi alleati. Messico e Brasile si mostrano critici. I popoli del Latinoamerica, solo in apparenza simili per lingua e cultura, restano diversi e divisi. E quindi si sbagliava Che Guevara, nella sua ingenuità di rivoluzionario, quando, nello storico discorso all’Onu del 1964, asseriva che tutto il continente, destatosi, con la sua forza numerica, avrebbe affossato i dominatori yankee.

Difficile dire che questi ultimi avranno davvero la meglio da un punto di vista strategico. Nel frattempo, il Celeste Impero rimane un partner irrinunciabile per la regione. Gli States rischiano di segnare il punto nell’ennesima partita tattica. Un intervallo musicale piacevole, ma destinato alla fine. Una “Superbowlation”, appunto.