Suriname. Elezioni: vincono la sfida i riformisti: petrolio, risorsa o dannazione?

di Giuseppe Gagliano

Nel silenzio distratto della stampa occidentale, il Suriname si è presentato ieri alle urne per uno dei voti più strategici e meno osservati del 2025. A prima vista potrebbe sembrare solo una delle tante consultazioni in un piccolo Stato periferico da meno di 700mila anime. Eppure in palio c’è stato il futuro controllo di una delle risorse più ambite della contemporaneità: l’energia. E con essa, la sovranità nazionale, la tenuta democratica e il destino geopolitico di un intero bacino caraibico.
I risultati hanno mostrato che il Partito Democratico Nazionale (NDP) all’opposizione si è assicurato 18 seggi, con 79.544 voti, mentre il Partito Riformista Progressista (VHP) al governo, guidato dall’attuale presidente Chan Santokhi, ha ottenuto 17 seggi, con 75.983 voti.
Con riserve stimate in oltre 750 milioni di barili di greggio e un boom petrolifero alle porte (220mila barili/giorno previsti dal 2028 grazie a TotalEnergies), il Suriname si trova in un crocevia storico. Ma l’alternativa non è, come raccontano le narrazioni rassicuranti, tra crescita e stagnazione, bensì tra sviluppo controllato e nuova dipendenza postcoloniale.
Il presidente uscente Chandrikapersad Santokhi, tecnocrate di formazione olandese, incarna la versione FMI-compatibile del sogno surinamese. Dopo il default del 2020 ha riportato gli investitori a Paramaribo grazie a un accordo da 688 milioni di dollari con il Fondo Monetario Internazionale, in cambio però di austerità, inflazione e contrazione della spesa sociale. Le sue promesse elettorali consistevano in dividendi petroliferi per tutti, attrazione di capitali, semplificazione normativa.
A vincere è stata Jennifer Geerlings-Simons, la quale non contesta l’estrazione, ma ne propone una visione più inclusiva: redistribuzione, lotta alla corruzione, impiego locale e servizi pubblici potenziati. Una visione che sa più di socialdemocrazia di frontiera che di vera alternativa sistemica.
Il problema tuttavia è nel contesto, perché mentre il Suriname scopre la sua vocazione di petro-Stato, intorno a lui si muovono attori ben più potenti. TotalEnergies è solo la punta dell’iceberg. Cina (via Sinopec), Malesia (Petronas), Qatar (QatarEnergy) sono già in prima fila. La Guyana, con cui condivide il bacino offshore, ha già imboccato la stessa strada, protetta e al tempo stesso sorvegliata da ExxonMobil.
E intanto Washington osserva. Non è un caso che il Suriname sia considerato “area critica” nel nuovo Piano energetico statunitense per l’Emisfero Occidentale, che cerca di ostacolare l’avanzata cinese in America Latina. Se a questo si aggiunge l’instabilità venezuelana, la pressione brasiliana sulla regione amazzonica e il ritorno russo a Cuba e Nicaragua, si capisce come anche 750 milioni di barili possano diventare un fronte geopolitico.
Ma il pericolo più insidioso è interno: la cosiddetta “maledizione delle risorse”. Nessun meccanismo automatico trasforma il petrolio in benessere. Anzi, spesso lo trasforma in debito, corruzione, clientelismo e conflitto.