di Shorsh Surme –
Fonti regionali informate hanno rivelato che gli intensi sforzi diplomatici degli ultimi giorni hanno contribuito ad allentare le tensioni tra Iran e Stati Uniti, dopo gli allarmi relativi a un possibile attacco militare statunitense imminente.
Cinque fonti vicine ai governi mediorientali hanno dichiarato al Financial Times che una serie di contatti, alcuni dei quali diretti tra Washington e Teheran, ha contribuito a disinnescare la situazione in un momento in cui la regione era sull’orlo di un pericoloso scontro.
Secondo le stesse fonti, diversi Paesi hanno esortato l’amministrazione Trump alla moderazione, avvertendo che qualsiasi attacco contro l’Iran potrebbe colpire direttamente gli Stati vicini e provocare un forte aumento dei prezzi globali del petrolio.
Un funzionario arabo ha affermato che «l’escalation è stata per il momento attenuata», aggiungendo che «Washington darà tempo ai colloqui con Teheran per valutare dove possano condurre».
Nel frattempo, alcune fonti hanno riferito che le comunicazioni tra Washington e Teheran hanno offerto ai funzionari iraniani l’opportunità di rassicurare l’amministrazione Trump sull’assenza di un piano per procedere con esecuzioni di manifestanti e sul fatto che il bilancio delle vittime sarebbe inferiore rispetto a quanto riportato dai media internazionali.
Gli stessi canali, che potrebbero essere stati facilitati da Paesi come la Russia o l’Oman, potrebbero trasformarsi in colloqui più ampi nei prossimi giorni. Tuttavia, la Casa Bianca ha confermato di continuare a monitorare attentamente la situazione, ribadendo che «tutte le opzioni restano sul tavolo».
La portavoce della Casa Bianca, Caroline Leavitt, ha dichiarato giovedì che «erano previste 800 esecuzioni, ma sono state interrotte», facendo anche riferimento a contatti tra il presidente Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Parallelamente alla pista diplomatica, fonti diplomatiche e analisi di immagini satellitari indicano che il gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln si sta dirigendo verso la regione. Funzionari statunitensi hanno inoltre confermato che diverse navi di accompagnamento della USS Lincoln si stanno spostando dal Mar Cinese Meridionale e dovrebbero arrivare nell’area entro circa una settimana, secondo quanto riportato dal New York Times.
I diplomatici regionali ritengono che questo dispiegamento militare possa rappresentare il preludio a un possibile attacco, oppure una mossa volta ad aumentare la pressione su Teheran.
Attualmente gli Stati Uniti dispongono di una presenza militare nella regione inferiore rispetto allo scorso giugno, quando Trump ordinò un attacco contro gli impianti nucleari iraniani, salvo poi annullarlo all’ultimo minuto. Tuttavia, alcuni ex funzionari del Dipartimento della Difesa hanno osservato che Washington potrebbe non avere necessariamente bisogno di una massiccia presenza militare per condurre un’operazione su larga scala.
Gli stessi esperti sottolineano però che l’amministrazione statunitense potrebbe preferire rafforzare le proprie posizioni prima di lanciare qualsiasi campagna militare, soprattutto alla luce delle ripetute promesse iraniane di reagire.
Analisti della Difesa ed ex funzionari statunitensi avvertono inoltre che i soli attacchi aerei difficilmente basterebbero a rovesciare il regime iraniano e che un simile scenario rischierebbe di infiammare l’intera regione, innescando una serie di risposte imprevedibili da parte di Teheran.
Dall’inizio delle proteste in Iran, il 28 dicembre, Trump ha ripetutamente minacciato di intervenire in sostegno dei manifestanti. Ieri ha dichiarato di essere stato informato che «le esecuzioni dei manifestanti sono cessate».
Nel frattempo, l’amministrazione statunitense ha imposto una nuova serie di sanzioni contro circa 17 funzionari iraniani, accusati di aver avuto un ruolo nella «soppressione» delle proteste.
Le manifestazioni in Iran sono esplose, tra le altre ragioni, a causa della grave crisi economica, dell’elevata inflazione e del crescente malcontento di una parte della popolazione nei confronti della leadership politica.












