di Giuliano Bifolchi

La crisi ucraina ha opposto la Federazione Russia all’Unione Europea e agli Stati Uniti e, a causa delle sanzioni, sta cambiando gli assetti politici ed economici mondiali. Da una parte l’Europa sta rivedendo la propria politica di sicurezza energetica cercando di diversificare le proprie rotte di importanzione (ad esempio puntando su progetti come la Trans Adriatic Pipeline), dall’altra parte la Russia necessita di nuovi compratori per le proprie risorse energetiche e sta guardando sempre di più verso Est, in particolare in direzione della Cina.

Il 1° settembre il presidente russo Vladimir Putin ed il Vice Premier cinese Zhang Gaoli hanno lanciato la costruzione di uno dei più grandi progetti congiunti al mondo, la Sila Sabiri Pipeline (SSP – Potenza della Siberia) che prevede il trasporto del gas del giacimento di Chayandinskoye situato nella Repubblica di Yakutia e del giacimento di Kovyktinkoye nella regione di Irkutsk verso la Cina e l’Estremo Oriente russo.

Durante l’inaugurazione il presidente russo aveva annunciato la possibilità per le compagnie cinesi di unirsi all’esplorazione avviata dalla Rosneft del giacimento di Vankor dal quale il gas naturale verrà trasportato in Cina secondo l’accordo firmato dalla stessa Rosneft con la Corporazione Nazionale Petrolifera Cinese (CNPC) nel 2013. All’inizio dell’anno la compagnia energetica russa Novatek aveva firmato un accordo ventennale con la CNPC per il trasporto annuale di tre milioni di tonnellate di gas naturale liquido (LNG) proveniente dal progetto Yamal LNG (Il progetto Yamal: la Russia esporterà gas liquefatto).

Nei recenti anni il Cremlino era stato riluttante nel concedere alle compagnie cinesi l’ingresso nel settore del gas naturale e del petrolio nazionale ma attualmente, a causa della crisi ucraina che ha portato la tensione tra la Russia e l’Unione Europea alle stelle, Mosca è alla ricerca di nuovi partner commerciali verso cui esportare le proprie risorse energetiche ed ha selezionato la Cina, seconda economia mondiale e “ponte” di accesso verso l’intero mercato asiatico.

I progetti congiunti sino-russi trovano maggiore applicazione proprio nella parte russa dell’Artico: per Mosca tale collaborazione potrà incrementare la sicurezza energetica nazionale e rafforzare la cooperazione economica con l’Asia del Pacifico mentre per la Cina tale collaborazione garantirà la diversificazione delle sue importazioni di gas naturale e di petrolio ed aiuterà a fornire una risposta ad una domanda nel settore energetico sempre più in crescita.

Anche le compagnie russe come la Gazprom, la Rosneft e la Novatek supportano l’iniziativa promossa dal Cremlino di cooperazione con la Cina che garantirebbe una diversificazione delle loro esportazioni energetiche.

Questi fattori positivi, però, vengono controbilanciati dalla attuale politica lanciata da Mosca nei confronti della regione artica che si sta definendo sempre più come area di primo interesse strategico ed economico per la Federazione.

Per la Russia la regione Artica ha sempre rappresentato una parte vitale per gli interessi di sicurezza nazionale; durante il periodo Sovietico, infatti, la parte russa dell’Artico era stata chiusa agli stranieri e soltanto agli inizi degli anni ’90, con la fine della Guerra Fredda, la situazione aveva subito un cambiamento grazie all’apertura della Northern Sea Route alle navi straniere e agli inviti mossi nei confronti delle compagnie energetiche estere nel sviluppare i progetti energetici nella regione. Tale cambiamento era stato dovuto dalla necessità di Mosca di attrarre maggiori partecipanti, e soprattutto investitori, in grado di sviluppare le tecnologie adatte per l’industria marittima e di estrazione di gas naturale e petrolio nella regione, know-how di cui la Russia non disponeva. Nel frattempo, però, per motivi di sicurezza il Cremlino aveva incrementato la sua capacità militare nell’artico ristabilendo basi e forze di terra in grado di proteggere la sovranità russa sul territorio.

Sicurezza e volontà di tutelare i propri interessi erano stati alla base della riluttanza da parte della Federazione di coinvolgere la Cina nella regione ed avevano causato una risposta fredda da parte di Mosca alla candidatura di Pechino come osservatore nel Concilio Artico tramite le parole del primo ministro Dmitry Medvedev il quale aveva sottolineato come soltanto gli stati artici potevano definire i ruoli della governance nella regione.

Attualmente però la Russia necessita di nuovi partner con cui dialogare dal punto di vista economico e geopolitico per controbilanciare le perdite che sta riscontrando a causa delle sanzioni imposte dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti e la Cina, tramite la sua posizione ufficiale, sembra essere in linea con gli interessi russi. Infatti, con l’ingresso nel Consiglio Artico come osservatore, Pechino ha confermato il suo rispetto per il diritto di sovranità degli stati artici ed ha posto il suo interesse nella regione soltanto per quel che concerne le tematiche ambientali ed economiche. Tale atteggiamento cinese è soprattutto dettato dall’incertezza circa le possibilità di estrazione e trasporto delle risorse naturali dell’Artico e da una reale distanza dalla regione.

A differenza del Governo di Pechino, alcuni studiosi ed esperti cinesi hanno espresso considerazioni differenti le quali si oppongono al diritto di sovranità territoriale tanto caro alla Russia; Qu Tanzhou, direttore dell’Amministrazione Cinese Artica ed Antartica (CAA), ha dichiarato che le risorse della regione dovrebbero essere utilizzate e destinate prendendo in esame i bisogni e le necessità del mondo e per tale motivo non possono essere possedute soltanto da alcuni stati. Il Contrammiraglio della Marina della Repubblica Popolare Cinese Yin Zhuo ha invece dichiarato che l’attuale disputa per la sovranità dell’Artico non dovrebbe riguardare soltanto alcune nazioni, ma ne dovrebbe includere molte altre.

Entrambe le dichiarazioni dimostrano come all’interno della Repubblica Popolare Cinese le opinioni sulla regione artica siano discordanti e che la linea ufficiale adottata da Pechino non è comunemente condivisa, fattori che aumentano i dubbi da parte di Mosca e che hanno indotto Gazprom e Rosneft a siglare accordi con le compagnie occidentali Total (Francia), Eni (Italia), ExxonMobil (Stati Uniti) e Statoil (Norvegia) le quali hanno la capacità di fornire alla Russia il know-how necessario per sviluppare gli impianti di estrazioni ma sono soggette alle recenti sanzioni.

In conclusione è possibile affermare che nel futuro la Federazione dovrà ideare una politica internazionale che mantenga la cooperazione con la Cina ed i paesi del mercato asiatico, fondamentali per le proprie esportazioni, ma tenga conto dell’importanza dell’Occidente le cui compagnie, grazie alla loro esperienza e diversificazione, si sono dimostrate necessarie per sviluppare il settore energetico russo ed i progetti nelle aree più remote della Federazione come l’Artico o la Siberia.