di Enrico Oliari –
I terribili attacchi di Parigi sono l’ennesima prova di una guerra in corso che esce dai confini di Siria e Iraq e arriva nei nostri stadi, nei nostri ristoranti e nelle nostre case. Una violenza che ci sconvolge e che ci atterrisce, ma che tutti noi dovremmo – per quanto sia duro ammetterlo – mettere in conto. Di certo non la si ferma, come puerilmente dice qualcuno, bloccando l’immigrazione o proibendo la costruzione delle moschee, perché chi vuole colpire arriva nonostante la chiusura delle frontiere e se a chi vuole pregare viene tolto un luogo comune e quindi controllabile, resta l’alternativa dell’appartamento privato, dove più facilmente prende piede il radicalismo.
Siamo quindi nelle mani competenti delle intelligence e di quanti silenziosamente si stanno facendo in quattro per prevenire gli attacchi terroristici, per cui le considerazioni che si possono fare sono puramente di carattere politico.
Parigi indica che i terroristi non sempre possono essere anticipati, per cui serve una prevenzione vera che parta da chi sta nella stanza nei bottoni, cioè da quei leader politici che hanno la facoltà di impostare decenni di strategie geopolitiche.
Quando in Italia cadde il fascismo, milioni di dipendenti pubblici si tolsero la spilletta del partito e furono riciclati nell’Italia antifascista, conservando le loro mansioni e le loro competenze o al massimo passando dal ruolo di dirigente del ministero delle Colonie ad un nuovo inquadramento.
Stessa cosa per le aziende (cioè il settore produttivo), che con il Duce al potere lavoravano benissimo: il piano Marshall fu il carburante, ma la vera genialata fu quella di non buttare all’aria funzionari, impiegati, imprenditori e quant’altro poteva servire alla ripartenza della nazione e quindi al raggiungimento del boom economico degli anni successivi.
In particolare la guerra in Iraq dimostra l’incapacità di prevedere e di preparare il “dopo”, cosa riconosciuta dall’ex premier britannico Tony Blair lo scorso 26 ottobre, quando con uno storico “I’m sorry” ha ammesso pubblicamente gli errori commessi da lui e dal presidente statunitense Gerorge W. Bush in quella guerra, soprattutto per non aver pensato alle conseguenze e quindi di non aver pensato al “dopo”.
Milioni di militari, funzionari, imprenditori, impiegati legati al partito Ba’th si sono trovati dall’oggi al domanisenza lavoro, marchiati e quindi odiati in un paese completamente distrutto, magari senza più averi e con i famigliari morti. Nessun piano Marhsall per loro, nessuna alternativa di reimpiego o di poter, seppure sconfitti, continuare a operare nel e per il proprio paese.
La maggior parte dei componenti dell’Isis è formata da loro: il fondamentalismo islamico assume in quest’ottica solo una funzione di facciata, o meglio, quella di un collante che tiene nello stesso insieme il libico e il caucasico, l’iracheno e l’egiziano, perché, a parte il nemico, è l’unica lingua che li accomuna.
Si tratta di una realtà che non giustifica il terrorismo, ma che indica una guerra che non è mai terminata e che continua colpendo quegli occidentali che hanno colpito loro.
Prevenire non significa “esportare” la democrazia a chi non l’ha chiesta e a chi non la ha nel proprio contesto culturale, significa non rovesciare lo status quo per rimpiazzare i governi con propri fantocci, non trasformare terre, popoli e culture millenarie in uno scacchiere geostrategico in cui allargare la propria influenza: oggi gli Stati Uniti hanno basi militari in tutti i paesi, dal Marocco al Kirghizistan, con l’esclusione di solo due stati, l’Iran e la Siria, e fino a poco fa anche dell’Afghanistan e dell’Iraq: si tratta di una linea orizzontale, tagliata da una verticale fatta dalla Russia che vede, oltre alle basi nel proprio paese, una base a Sebastopoli, in Crimea (guarda caso), una a Tartus, in Siria (guarda caso) e una ad Alessandria d’Egitto.
Si tratta di una geometria che spiega molte cose, alla quale va aggiunta l’atavica lotta fra il Qatar e l’Arabia Saudita (nostri alleati ma anche monarchie assolute verso le quali non c’è stata l’esigenza di esportare la democrazia) per contendersi il predominio sul mondo arabo, come pure il disegno della Turchia volto ad ottenere un ruolo centrale nell’area.
Disegni dei potenti, insomma, i cui effetti, che vanno dalle migrazioni bibliche al terrorismo jihadista, li subiamo noi e la povera gente che in quei paesi è, loro malgrado, coinvolta. Perché quei potenti non hanno pensato al “dopo”.

