TMNews, 26 giu 12 –

Darsi fuoco è un segno di libertà: è quanto dichiarato dal premier dei tibetani in esilio, Lobsang Sangay, in un’intervista al Sydney Morning Herald, dopo che più di 30 tibetani, la maggior parte monaci, si sono dati fuoco nelle aree cinesi ad alta densità tibetana dal marzo 2011 per protestare contro la repressione religiosa e culturale della Cina. “Ciò significa che la situazione non è tollerabile – ha spiegato il leader 43enne al quotidiano di Sydney – non è solo un atto disperato, è un atto politico”. Secondo Sangay, “le proteste pacifiche, i cortei pacifici non sono autorizzati. Pertanto “le ‘auto-immolazioni’ in un certo senso sono un’affermazione di libertà, ‘puoi limitare la mia libertà, ma posso scegliere di morire come voglio”. Mentre si trova in visita in Australia, Sangay, laureato in legge ad Harvard ed eletto primo ministro nell’aprile 2011, si è augurato inoltre che una leadership di transizione a Pechino quest’anno porti una nuova prospettiva nei confronti del Tibet.

Nonostante la linea dura della Cina persista, il capo del governo tibetano in esilio spera nel cambiamento grazie a una nuova leadership a Pechino: “Tenendo conto degli ultimi 50 anni di esperienza, non abbiamo molti motivi per essere ottimisti, ma come essere umano resto fiducioso nella nuova leadership di Xi Jinping”, ha spiegato Sangay riferendosi al potenziale successore di Hu Jintao. Il presidente cinese Hu, il premier Wen e cinque altri leader cinesi dovranno sciogliere le loro riserve sui nove uomini dello Standing Committee del Politburo a un congresso che si terrà alla fine di quest’anno e annunceranno inoltre i loro successori. Il vice-presidente Xi e il vice-premier Li Keqiang dovrebbero essere gli unici membri a essere mantenuti e prenderanno rispettivamente il posto di Hu e Wen. “Se tutto va bene, con nuova gente, ci sarà una nuova prospettiva sul Tibet e si spera di avere giorni migliori davanti a noi”, ha affermato Sangay al Sydney Morning Herald.