di Valentino De Bernardis –

E’ senza soluzione di continuità lo scontro politico che da ormai due anni vede sempre più contrapposti i diversi partiti d’opposizione e il presidente uscente Faure Gnassingbé, in una sorta di muro contro muro di cui a pagare il prezzo è solo la popolazione civile. Come prevedibile, da inizio 2015, ad acuire il contrasto si è aggiunta la tornata elettorale (elezioni presidenziali) del 25 aprile, che hanno fortemente polarizzato il confronto, azzerando quasi completamente ogni possibilità di dialogo costruttivo.

Sebbene i primi risultati parziali pubblicati dal presidente della Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (Céni), Issifou Taffa Tabiou, martedì 28 aprile, sembrerebbero garantire una certa rielezione di Gnassingbé con il 58,75% delle preferenze, contro il 34,95% del principale candidato delle opposizioni Jean-Pierre Fabre (candidato della coalizione Combat pour l’Alternance Pacifique en 2015 – CAP 2015), e il solo 3,08% di Aimé Tchabouré Gogué (dell’Alliance des démocrates pour le développement intégral – ADDI), i giochi per la presidenza sembrano tutt’altro che chiusi.

In linea con quanto accaduto nel 2005 e nel 2010 l’opposizione del CAP 2015, per mezzo del direttore della campagna elettorale Patrick Lawson-Banku, ha ufficialmente rigettato i risultati parziali, denunciando brogli in almeno nove circoscrizioni del nord (Binah, Tone, Cinkasse, Kozah, Bassar, Tchamba, Blitta, Sotouboua e Plaine de Moin) dove il numero dei voti sarebbe superiore del numero degli elettori registrati.

Alla denuncia di frode è seguita l’autoproclamazione di Fabre a presidente della Repubblica, e una chiamata alla mobilitazione generale della cittadinanza contro un regime antidemocratico, definendolo “un devoir impératif, un devoir sacré, un devoir constitutionnel de nous mobiliser résolument et massivement pour faire échec à ce crime contre la souveraineté nationale […], et les appellent à se mobiliser massivement par tous les moyens légaux pour faire échec à ce nouveau coup de force”.

Nelle ultime ore al tavolo degli autoproclamati vincitori si è seduto anche il presidente del Comité d’action pour le renouveau (CAR), Paul Dodzi Apévon, che ha rivendicato il successo del boicottaggio elettorale, forte di un tasso di astensione del 39%. Il primato rivendicato da Dodzi Apévon non trova però sponda tra gli altri soggetti politici togolesi, e men che meno tra i membri delle opposizioni, indubbiamente indeboliti dalla decisine del CAR di non averli sostenuto nella ricerca di una via istituzionalmente riconosciuta per defenestrare completamente la lunga egemonia politica di Gnassingbé.

La disunità dell’opposizione ha da sempre rappresentato il maggiore elemento di forza della famiglia Gnassingbé (il padre dell’attuale presidente General Gnassingbé Eyadéma è stato alla testa del paese dal 1967 alla sua morte nel 2005). Difatti nonostante un’ampia convergenza di obiettivi generali, come la volontà di ridurre a soli due mandati presidenziali consecutivi, il ritorno alla costituzione del 1992 e la riforma della Corte Costituzionale, questi non sono riusciti a dare vita ad una credibile alternativa di governo.

Intanto l’ultimo ratifica ai risultati parziali annunciata dalla Céni giovedi 30 aprile ha portato a delle modifiche minori (Gnassingbé 58,73%, Fabre 35,19% e Gogué 4,03%) non sufficienti per fermare la corsa di Gnassigbè per un terzo mandato. Dato un tale scenario l’invito espresso dal rappresentante speciale per l’Africa dell’Ovest del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Mohamed Ibn Chambas, di rimanere nel perimetro delle contestazioni della legge potrebbe cadere nel vuoto qualora le denunce dell’opposizione dovessero trovare anche solo parzialmente riscontro.

@debernardisv