Tra Teheran e Parigi: la frattura tra norma religiosa e legge civile

di Giuseppe Gagliano –

C’è un’immagine che inchioda questo tempo: in Iran, ragazze e donne scendono in strada a viso scoperto, sfidano il potere, pagano con il carcere, la tortura, talvolta con la vita. In Europa, e in Francia in particolare, il confronto ruota attorno a una domanda che non è più solo culturale: quanto regge il patto civile quando una parte delle nuove generazioni sente come “superiore” una norma religiosa rispetto alla legge dello Stato?
Il ragionamento nasce dalla tribuna di Marianna Rocher, che richiama un sondaggio IFOP secondo cui una quota significativa di giovani musulmani in Francia ritiene che la legge islamica debba prevalere sulle leggi repubblicane. Non è un dettaglio statistico: è un segnale politico, perché la Repubblica vive di una gerarchia chiara delle fonti. La libertà di culto è piena, ma non può trasformarsi in un diritto di eccezione.

Teheran: la legge islamica come apparato di controllo.
In Iran la “legge islamica” non è un simbolo identitario: è un dispositivo di governo. È la polizia dei costumi, è la repressione, è la pena esemplare come linguaggio del potere. La vicenda di Mahsa Amini, ricordata da Rocher, è diventata il punto di rottura perché ha reso visibile ciò che spesso rimane astratto: una norma che si presenta come morale e che invece funziona come catena di comando.
Le proteste di fine 2025 e inizio 2026 vengono descritte come un nuovo ciclo di mobilitazione con un bilancio pesantissimo tra vittime e arresti, insieme a un controllo informativo aggressivo, fino al taglio della rete. Anche qui il messaggio è strategico: non si governa solo con la forza, ma con l’oscuramento, con la paura, con la solitudine dei singoli.

Francia: quando l’identità diventa “contro-società”.
Il punto delicato, in Francia, non è l’islam come fede, ma la trasformazione di una parte del sentimento religioso in marcatore politico. Se una fascia di giovani interpreta la propria appartenenza come separazione, allora la questione diventa di sicurezza nazionale nel senso più classico: coesione interna, fiducia nelle istituzioni, legittimità della legge comune.
Qui la trappola è doppia. Da un lato, minimizzare e chiamare tutto “folclore” identitario. Dall’altro, rispondere con un riflesso che finisce per colpire indistintamente, alimentando proprio quella logica di assedio che i radicali cercano. Il terreno praticabile sta nel mezzo: difendere la laicità come regola del gioco, senza trasformarla in una guerra di religione.

Scenari economici: il costo invisibile della frattura.
La polarizzazione ha un prezzo misurabile. Aumenta il costo dell’ordine pubblico e dell’intelligence interna; cresce il contenzioso su scuola, spazi pubblici, lavoro; si irrigidiscono i quartieri e si chiudono i ponti sociali. E quando la coesione cala, cala anche l’attrattività: investimenti, turismo, capacità di trattenere competenze. In un’Europa già sotto pressione per energia, deindustrializzazione e concorrenza globale, regalarsi una frattura interna è un lusso che non ci si può permettere.
C’è poi un secondo livello: la dipendenza da finanziamenti esterni per luoghi di culto, associazioni, circuiti educativi. Non è una questione morale, è una questione di sovranità: chi paga, spesso orienta. La trasparenza finanziaria diventa quindi uno strumento economico e politico insieme.

Valutazione strategica: la retrovia conta quanto il fronte.
Il problema non è “militare” in senso tradizionale, ma incide sulla postura strategica. Un Paese che teme disordini interni o radicalizzazioni diffuse riduce la propria libertà d’azione all’estero, disperde risorse, moltiplica la vulnerabilità a operazioni di influenza. La linea che collega protesta, propaganda, reclutamento e micro-violenza non è teoria: è la forma moderna della pressione asimmetrica.
In questo quadro, la gestione dei flussi informativi è decisiva: piattaforme, predicatori online, reti associative opache. Non servono slogan, serve capacità: investigazione finanziaria, contrasto alla propaganda, prevenzione nelle carceri, controllo dei nodi logistici. E soprattutto una catena istituzionale coerente, perché il radicalismo vive delle zone grigie.

Geopolitica e geoeconomia: l’Europa tra due specchi.
La tribuna di Rocher richiama anche il caso degli Emirati che riducono borse di studio e canali universitari per timore di influenza ideologica. È un promemoria scomodo: alcuni Paesi a maggioranza musulmana trattano l’islamismo politico come una minaccia di potere, non come un tema di sensibilità culturale. L’Europa, invece, spesso lo affronta con categorie morali, oscillando tra sensi di colpa e reazioni identitarie.
Il nodo vero è la compatibilità tra pluralismo e legge comune. Se si incrina la priorità della norma statale, non si apre un dibattito filosofico: si apre una crisi di sovranità.

Che cosa significa “azione” in uno Stato di diritto.
L’azione efficace non è la caccia alle streghe. È una filiera di misure verificabili: chiusura dei luoghi che incitano all’odio e alla violenza secondo decisioni motivate e controllabili; espulsione solo nei casi previsti dalla legge e con garanzie; tracciabilità dei finanziamenti esteri; educazione civica e linguistica come infrastruttura di integrazione; tutela concreta della parità tra uomini e donne come linea rossa non negoziabile.
L’Iran mostra che cosa succede quando una norma religiosa diventa Stato. Marianna Rocher pone una domanda che l’Europa non può più eludere: la laicità è un principio decorativo o una barriera di sicurezza democratica? Perché quando la legge comune smette di essere “comune”, il Paese non si divide in culture: si divide in obbedienze. E a quel punto non è più convivenza: è competizione tra sovranità.