di Enrico Oliari

Si mantiene alta la tensione in Turchia, dove i miliziani curdi del Pkk (Partito curdo dei Lavoratori) hanno risposto pesantemente alla campagna intrapresa dal presidente Recep Tayyp Erdogan contro di loro, fino ai quasi mille arresti di questi giorni.

Il tutto ha preso il via a seguito dell’attentato di Suruc di una settimana fa, quando un terrorista dell’Isis, il turco Seyh Abdurrahman Alagoz, si è fatto esplodere uccidendo 32 giovani attivisti turchi e curdi.

Da allora il governo di Ankara ha cambiato registro nei confronti dell’Isis, colpendo con gli aerei importanti obiettivi in Siria, ma anche nei confronti del Pkk, che da sempre sta protestando contro la politica turca che ha visto fino a ieri lasciar transitare migliaia di “foreign fighter” diretti ad ingrossare le file dello Stato Islamico, come pure armi, materiali e il petrolio contrabbandato dall’Isis.

Sta di fatto che l’offensiva di Erdogan è bipartisan, forse anche incomprensibilmente, dal momento che la battaglia della cittadina curdo-siriana di Kobane (una decina di chilometri dalla turca Suruc) rappresenta un’onta per una Turchia che ha preferito appoggiare i miliziani dell’Isis fino a farli transitare sul proprio territorio, piuttosto di soccorrere i curdi, per altro appoggiati dalla coalizione internazionale a guida Usa.

E così insieme ai raid sulle postazioni dell’Isis, venerdì sono partite anche le cannonate contro quelle del Pkk, per il partito di Ocalan ha dichiarato la fine della tregua in vigore dal 2013 ed ha già risposto con attentati: un’autobomba è stata fatta esplodere contro un veicolo militare a Diyarbakir, nel sud-est della Turchia, uccidendo due soldati e ferendone altri quattro. I curdi rappresentano il 18% della popolazione turca, e sono situati specialmente nella parte sud-orientale del paese.

Alistair Baskey, portavoce della Casa Bianca, ha parlato di diritto alla difesa dei turchi, ha condannato la decisione del Pkk di rompere la tregua ed ha chiesto ai curdi di rinunciare al terrorismo e di tornare al tavolo delle trattative.

Ankara ha vietato le manifestazioni con la scusa che potrebbero essere usate dalle opposizioni per provocare e scatenare disordini, ma nessuno sembra aver dato retta a tale ordine ed in molte città vi sono stati e sono ancora in corso pesanti scontri. A Istanbul un poliziotto è morto in seguito alle ferite riportate nel corso dei durissimi scontri con militanti di estrema sinistra avvenuti a Gazi, quartiere di Istanbul, ma violenze e reazioni della polizia si registrano un po’ ovunque. Un morto, un civile, si è registrato ieri negli scontri di Cizre.

Intanto continuano anche i raid sulle posizioni dell’Isis in Siria, ma i curdi siriani del Ypg, per intenderci quelli di Kobane, hanno denunciato che gli aerei turchi colpiscono anche le loro posizioni ed hanno chiesto ad Ankara di fermare gli attacchi.

Vi è poi notizia di una retata di terroristi dell’Isis ad Ankara, nel quartiere di Haci Bayram, la cui presenza è stata evidentemente fino ad oggi tollerata. 15 gli arresti.

La Turchia ha formalmente chiesto una riunione della Nato, di cui è paese membro, a livello di ambasciatori, riunione convocata per domani; tra le varie cose la Turchia è intenzionata a chiedere la creazione di una “no-fly zone parziale” lungo il confine turco-siriano, tra le località siriane di Mare e Cerablus, al fine di impedire l’avanzata dei gruppi terroristici.