di Enrico Oliari

A pochi giorni dalle elezioni in Israele barcolla la sedia del premier Benjamin Netanyahu: un sondaggio del Yediot Aharonot, il quotidiano più diffuso, assegna infatti all’Unione sionista del laburista Isaac Herzog e della centrista Tzipi Livni 26 seggi dei 120 della Knesset, mentre al partito del premier, il Likud, andrebbero 22 seggi. Al terzo posto si piazzerebbe con 13 seggi la “Joint List”, una formazione che raccoglie i vari partiti arabo-israeliani.

Tuttavia il sondaggio del Yediot Aharonot (1.032 intervistati) non è il solo a dare quattro punti di distacco, poiché quelli commissionati per il Jerusalem Post e per il Maarivn dicono sostanzialmente la stessa cosa.

Per quanto l’Unione sionista avrebbe comunque difficoltà a reperire i numeri necessari ad avviare un governo, un eventuale risultato che piazzerebbe il Likud al secondo posto suonerebbe come uno smacco per Netanyahu e per la sua politica rigida sulla questione palestinese.

La gente comune ha infatti necessità di stabilità e di serenità, mentre la politica attuata anche su pressioni dei ministri degli Esteri Avigdor Lieberman e dell’Edilizia Uri Ariel (“Focolare ebraico” e “Yisrael Beitenou”), opposta alla soluzione dei “due popoli, due stati”, al piano di pace proposto da John Kerry, e di continua costruzione di unità abitative nei territori occupati, è risultata essere la costante sfida di un paese eternamente in guerra.

Il governo è caduto il 3 dicembre, quando i moderati di Hatnua e Yesh Atid, fra i quali il ministro delle Finanze Yair Lapid e la responsabile della Giustizia, Tzipi Livni, si sono rifiutati di firmare la proposta di legge governativa patrocinata dallo stesso Netanyahu che volta a considerare Israele quale “Nazione ebraica”, un ulteriore elemento di tensione.

Con l’amministrazione Obama i rapporti si sono guastati agli inizi di marzo, quando Netanyahu è giunto negli Stati Uniti su invito dell’Aipac (American Israel Public Affairs Committee) e del capogruppo repubblicano John Boehner, che lo ha fatto intervenire alla Camera dei Rappresentanti facendo infuriare il presidente Obama al punto di non volerlo ricevere. Stessa cosa per il Segretario di Stato John Kerry, dal cui ufficio era stato fatto sapere che “La pazienza del segretario di Stato non è infinita”: le relazioni fra i due paesi “sono salde”, ma “i giochetti politici con questo intervento possono minare l’entusiasmo di Kerry come difensore d’Israele”.

Fatto sta che lo show elettorale al Congresso Usa, tutto impostato contro l’Iran e contro le trattative sul nucleare iraniano riprese proprio in quei giorni, sono piaciute agli americani, ma meno agli israeliani, che hanno a che fare con ben altri problemi che quelli riguardanti la Repubblica Islamica.

Per quanto il paese sia cresciuto nel quarto trimestre 2014 del 7,4%, gli israeliani soffrono il mancato adeguamento degli stipendi ai prezzi, per cui l’elevato costo della vita fa sì che il 41% di loro abbia il conto corrente bancario costantemente in rosso; la Banca di Israele ha reso noto che il costo del paniere dei prodotti base è superiore del 12% a quello della media dei paesi Ocse, mentre a soffrire l’alto costo degli alloggi, che tra il 2008 e il 2013 è aumentato del 55% e nell’ultimo anno di un altro 5%, sono soprattutto le giovani coppie, che si trovano così a dover investire 148 stipendi per acquistare un appartamento, il doppio che in Francia.

A differenza di Netanyahu, il laburista Isaac Herzog ha puntato proprio su questi argomenti, promettendo di spendere 7 miliardi di sheckel (1,73 miliardi di dollari) su due anni solo per ridurre la povertà, per l’impiego, sanità, case e altri programmi sociali.