di Enrico Oliari –
Al pari dei colleghi europei, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sarà escluso dall’incontro del 15 agosto tra Vladimir Putin e Donald Trump. Il vertice si svolgerà in Alaska, e diversamente non avrebbe potuto essere visto il mandato d’arresto internazionale spiccato dai giudici della Cpi nei confronti del presidente russo: come la Russia, anche gli Usa non riconoscono la Cpi.
L’apprensione di Zelensky è tuttavia giustificata, dal momento che vi è l’alta possibilità di un congelamento del conflitto che tenga conto dei territori occupati dai russi, il che si tradurrebbe con la perdita de facto, se non de jure, di una parte importante del paese. D’altronde l’entrata delle forze russe a Pokrovsk potrebbe implicare dall’oggi al domani il cedimento del fronte meridionale ucraino, e se solo pochi giorni fa Zelensky e gli europei pretendevano per la pace l’uscita di tutti i militari russi dall’Ucraina e la consegna della Crimea (annessa dalla Russia nel 2014), nelle ultime ora sembra far capolino tra le cancellerie un certo realismo. Anche perché, per quanto gli europei abbiano compensato la riduzione dei rifornimenti bellici Usa all’Ucraina, è palese che un blocco completo da parte americana comporterebbe un’evoluzione irreversibile del conflitto a favore della Russia.
Che la guerra ucraina sia un fastidio e non un’opportunità, il presidente Usa lo ha ribadito in più occasioni, e anche oggi ha sottolineato che “è la guerra di Joe Biden, non la mia”. Nei giorni scorsi è tornato invece a ribadire con forza che “sono gli europei a volere questa guerra, che se la finanzino loro!”.
Fatto sta che Zelensky si ritrova oggi in una posizione assai debole. Gli occidentali, in particolare Usa e Regno Unito, lo hanno spinto alla guerra per allargare la Nato e per alimentare il mercato delle armi (RearmEurope), di cui gli Usa sono primo produttore, mentre oggi che le cose vanno male si ritrova solo, circondato da europei ricchi e pieni di armi, ma politicamente insignificanti.
Il presidnete ucraino ha poi un problema interno, aggravatosi con la recente decisione (poi revocata) di indebolire l’autonomia delle autorità anti corruzione e l’uscita da lì a poco di un maxi scandalo legato a tangenti per la fabbricazione di droni e altre armi, con tanto di arresto di un deputato e di alcuni funzionari. Un recente sondaggio della statunitense Gallup ha mostrato che se nel 2022 il 73% degli ucraini era per la guerra fino alla vittoria totale, oggi ben il 69% vorrebbe trattative con la controparte per giungere alla pace.
Secondo il britannico The Telegraph Zelenky avrebbe già parlato con gli alleati europei di qualcosa di più del congelamento del conflitto in cambio della cessione del controllo de facto dei territori di Donetsk, Lugansk, Kherson, Zaporizhzhia e della Crimea. In cambio della sicurezza, leggasi pure adesione alla Nato, il controllo potrebbe diventare de jure, il che suonerebbe come una clamorosa sconfitta, perché significherebbe perdere oltre un quarto del territorio pur di portare quello che rimane all’Alleanza Atlantica.
Il noto politologo e avvocato ucraino Vladimir Pastukhov, che vive e opera a Londra, ha notato oggi, ripreso da Mig29, che “Trump e Putin intendono discutere in Alaska della capitolazione dell’Ucraina, qualunque siano le belle parole inventate dai loro comunicatori, come ad esempio “scambio di territori” e simili). Naturalmente è importante sapere se si tratta di una capitolazione totale o parziale, e se parziale, a quali condizioni. Ma il senso dell’incontro non cambia: due leader, senza la partecipazione dell’Ucraina, hanno deciso di incontrarsi per discutere quale forma di capitolazione e in quale misura sia personalmente accettabile per loro. Il compromesso, nel loro modo di vedere, è un accordo su quale parte dell’Ucraina ritengano ragionevole e sufficiente cedere”.
Per Pastukhov “l’Europa in tutta questa storia ha finora dimostrato solo di non essere un soggetto politico attivo, perché l’unica azione che potrebbe impedire il patto tra Putin e Trump ora può essere solo la completa sostituzione dell’America come donatore finanziario e fornitore di armi per l’Ucraina. Le chiacchiere a riguardo non sono azioni. Da due giorni l’Europa dimostra una palese impotenza”.
E a Zelensky non resterà che accettare.




