di Giuseppe Lai –
Fine dell’atlantismo, Europa relegata ai margini, multilateralismo depotenziato, primato della forza nelle relazioni internazionali. Sono questi i tratti essenziali del nuovo corso geopolitico voluto da Donald Trump. Nonostante alcune tendenze di fondo fossero già in atto, nel corso del tempo le mosse del presidente statunitense in politica estera sono diventate più chiare nel delineare la discontinuità con il passato. La tendenza a far prevalere gli interessi nazionali, spesso in contrasto con il diritto internazionale, unitamente alla postura interventista sono due elementi cardine della dottrina trumpiana.
L’Unione Europea, vista dalla prospettiva statunitense, non è più un progetto in grado di garantire pace, democrazia e prosperità in Europa, piuttosto un ostacolo al rapporto di subalternità che gli americani intendono costruire con alcuni paesi europei con i quali esiste un legame storico, come la Gran Bretagna e l’Irlanda, o un’affinità politica, come l’Ungheria di Viktor Orbán. In tale visione le relazioni internazionali spesso prescindono dal regime politico degli Stati con cui vengono stabilite. Le autocrazie come l’Arabia Saudita, la Russia o la Cina, Paesi militarmente potenti e con una leadership indiscussa, offrono maggiore affidabilità nei rapporti politici ed economici e guadagnano terreno rispetto alle democrazie liberali, togliendo alla stessa democrazia il significato di valore universale da difendere e da perseguire. I modelli autoritari, inoltre, consentono un intervento rapido e diretto dello Stato nello scacchiere internazionale, prescindendo dalle logiche ispirate al multilateralismo e creando i presupposti di ciò che nella realtà contemporanea può tradursi in “multipolarismo”.
Nel nuovo corso geopolitico, in altri termini, viene meno la volontà di cooperare tra più Paesi che condividono norme e valori per raggiungere obiettivi comuni, a favore di un progressivo allargamento dei centri di potere statuali. Tale evoluzione causa la progressiva irrilevanza di organizzazioni internazionali come l’ONU (Nazioni Unite), l’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) e il FMI (Fondo Monetario Internazionale), ritenute d’intralcio nel disegno di perseguimento degli interessi nazionali. Alla “forza del diritto” si è sostituito il “diritto all’uso della forza” e all’interventismo in luogo della diplomazia, come evidenziato dall’estensione della dottrina Monroe a livello planetario. Enunciata nel 1823 dal presidente statunitense James Monroe nel suo messaggio annuale al Congresso, e spesso sintetizzata nel motto “l’America agli americani”, prevedeva che gli Stati Uniti si impegnassero a non interferire nelle vicende interne degli stati europei. In cambio, le potenze europee non dovevano intromettersi negli affari dei paesi dell’emisfero occidentale.
Oggi questa dottrina viene applicata a tutte le grandi potenze, alle quali è consentito fare ciò che vogliono nella propria area d’influenza. L’esempio più recente, per restare in tema di dottrina trumpiana, è l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela e l’arresto del presidente Nicolás Maduro, un’operazione dettata dalla prospettiva di profitti giganteschi. Per Donald Trump, infatti, il rovesciamento del regime chavista consente di dare alle imprese statunitensi libero accesso alle riserve di idrocarburi del Venezuela. Ma l’offensiva americana si inquadra anche in un’ottica più ampia.
Il Venezuela di Maduro risponde a quasi tutti i criteri individuati dalla recente Strategia di Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Trump per definire una minaccia: forte influenza cinese o russa in un paese dell’emisfero occidentale; controllo di risorse strategiche da parte di potenze ostili; un governo che facilita i flussi migratori; la presenza di cartelli del narcotraffico sostenuti dallo Stato. In ultima analisi, un contesto di instabilità regionale che incide direttamente sugli interessi statunitensi. Il quadro appena descritto si estende, sul piano dottrinale, ben oltre i confini americani. La Dottrina Monroe, infatti, si accorda anche con la visione del presidente cinese Xi Jinping in Asia e di Vladimir Putin in Europa, ai quali viene concesso di gestire liberamente (e militarmente) la propria sfera di influenza. C’è tuttavia un aspetto relativo ai conflitti contemporanei che merita di essere sottolineato: lo scontro all’interno della stessa civiltà. Al riguardo, il politologo statunitense Samuel Huntington ipotizzava che, dopo la fine della Guerra Fredda e la caduta del Muro di Berlino, i principali conflitti globali non si sarebbero più svolti tra Stati-nazione o ideologie politiche, ma tra grandi civiltà (occidentale, islamica, slavo-ortodossa, confuciana, e così via) dove il fattore religioso era preminente tra le cause del conflitto. In realtà, contrariamente alla tesi di Huntington, come ha osservato di recente il commentatore del Financial Times Janan Ganesh, assistiamo a un paradigma differente: la guerra russo-ucraina si combatte tra due paesi a maggioranza cristiano-ortodossa; il conflitto tra Cambogia e Vietnam tra paesi entrambi buddisti; quello tra Repubblica Democratica del Congo e Ruanda tra Stati a maggioranza cristiana. Discorso analogo per le tensioni tra Cina e Taiwan, la guerra in Sudan, il conflitto in Yemen e gli scontri pregressi tra Nord e Sud Corea.
Con ciò, a mio avviso, non si sottintende che tali conflitti prescindono in toto da differenze identitarie, culturali e religiose, ma piuttosto che essi, nell’attuale corso geopolitico, mostrano quali cause scatenanti interessi strategici, economici, politici e la competizione per risorse e territori all’interno di una stessa civiltà. La storica tensione tra Cina e Stati Uniti, nonostante sia evidente il ruolo giocato dai fattori culturali nel creare attriti tra le due potenze, è motivata in primis da altre variabili, tra cui gli interessi economici e la volontà dei due Stati di prevalere l’uno sull’altro. In definitiva, le differenze culturali possono rappresentare uno dei fattori di instabilità e di conflitto tra Stati, ma è riduttivo sovrappesarle rispetto ad altri elementi in gioco nella genesi dei conflitti stessi, quantomeno nell’attuale quadro geopolitico. Tra i limiti della tesi di Samuel Huntington vi è l’interpretazione delle civiltà come macroaree culturali statiche, non come entità dinamiche non di rado aperte al multiculturalismo e soprattutto interdipendenti. Una visione etnoidentitaria che contempla solo in parte la complessità e l’articolazione delle attuali relazioni internazionali.
















