Trump minaccia il ritiro delle forze Usa da Germania e Italia

Per lui gli europei devono pagare, tacere e obbedire.

di Guido Keller

BERLINO. La minaccia di Donald Trump di ridurre le truppe americane in Germania riaccende lo scontro tra Washington e Berlino e mette in luce una contraddizione strutturale: gli Stati Uniti criticano la dipendenza militare europea, ma continuano a usarla come leva politica, strategica ed economica.
Oggi in Germania sono presenti circa 36 mila militari statunitensi, il più grande contingente americano in Europa. Pur lontani dai numeri della Guerra fredda, il Paese resta il principale hub logistico della potenza militare USA nel continente, con basi, comandi e infrastrutture costruiti in decenni, a cominciare da Ramstein, la principale base che ospita il centro di controllo dei droni impiegati in Iran. Un ritiro rapido appare quindi poco realistico: spostare uomini, mezzi e strutture richiederebbe anni e costi elevati, mentre alternative come Polonia o Romania non possono sostituire nell’immediato il sistema tedesco.
Il paradosso emerge con forza sul piano politico. Mentre Trump minaccia un disimpegno, la Germania rafforza la cooperazione militare con Washington, anche attraverso una maggiore integrazione nei comandi. Berlino punta a diventare la principale potenza convenzionale europea, con una spesa per la difesa destinata a salire fino al 3,7 per cento del PIL entro il 2030. Tuttavia questo riarmo si sviluppa all’interno della cornice strategica americana, più come rafforzamento dell’Alleanza che come reale autonomia.
Le tensioni si sono acuite anche sul piano internazionale, in particolare dopo il conflitto con l’Iran condotto dagli Stati Uniti insieme a Israele senza un pieno coinvolgimento europeo. Il cancelliere Friedrich Merz ha criticato l’assenza di una strategia condivisa, provocando la reazione di Trump, che ha risposto con pressioni e minacce. Il segnale è chiaro: il dissenso politico può tradursi in un ridimensionamento della protezione militare.
Dal punto di vista strategico, però, la Germania resta centrale. Oltre al ruolo logistico, è destinata a ospitare sistemi missilistici a lungo raggio e rappresenta una piattaforma fondamentale per la deterrenza verso est, soprattutto in funzione della Russia. Ridurre drasticamente la presenza americana significherebbe ripensare l’intera architettura difensiva della NATO.
Anche sul piano economico il riarmo tedesco apre scenari rilevanti. L’aumento della spesa militare implica investimenti per centinaia di miliardi in industria, tecnologia e infrastrutture. Berlino punta a trasformare la difesa in un motore industriale, ma resta il nodo della dipendenza: acquistare sistemi americani rafforzerebbe il legame con Washington, mentre sviluppare una filiera autonoma aumenterebbe il peso politico europeo.
La crisi evidenzia il nodo irrisolto della sicurezza europea. L’Europa ambisce a contare di più, ma continua a delegare la propria difesa. Gli Stati Uniti chiedono maggiori contributi, senza però cedere il controllo strategico. La minaccia di Trump non segna necessariamente un ritiro imminente, ma sancisce la fine di un’illusione: la presenza militare americana non è neutrale, bensì uno strumento di influenza.
Per la Germania si apre così un bivio. Rafforzare la spesa militare restando dentro una dipendenza consolidata, oppure usare il riarmo per costruire una vera autonomia europea. La prima opzione è più semplice e immediata, la seconda più complessa e costosa. Ma solo quest’ultima potrebbe trasformare Berlino da pilastro logistico degli Stati Uniti a protagonista della sicurezza del continente.
Così le minacce di Trump hanno un significato ben preciso: servono a ribadire a Berlino e alleati che la protezione deli Usa non è gratuita, non è neutrale e non è separabile dagli interessi di Washington. In pratica pagare, tacere e obbedire.
Rispondendo poi alla domanda di una giornalista, Trump ha allargato lo stesso discorso ad altri paesi europei a cominciare da Italia e Spagna, sempre accusando il mancato coinvolgimento alla sua personalissima (e di Benjamin Netanyahu) guerra agli ayatollah. Poi l’affondo: “L’Italia non è stata di alcun aiuto. E la Spagna è stata terribile”.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha risposto che “Non ne capisco le ragioni. Come è evidente a chiunque, non abbiamo usato Hormuz. E ci siamo resi disponibili ad una missione per proteggere la navigazione, cosa che peraltro è stata molto apprezzata dai militari americani”.
Sono 13mila in Italia e 4mila in Spagna i militari statunitensi.