di Giuseppe Gagliano –
Nel cuore della notte del 21 giugno 2025 l’eco sordo dei bombardamenti ha infranto il silenzio di Fordo, Natanz e Ispahan. Gli Stati Uniti, dopo settimane di ambiguità, hanno scelto di affiancare apertamente Israele nella guerra contro l’Iran. A guidare la carica non sono generali né diplomatici, ma un triumvirato tutto politico: Donald Trump, J.D. Vance e Marco Rubio. Il primo ha parlato di “pace”, ma ha firmato l’ordine di attacco più rischioso del decennio. Il secondo ha assistito da vice, complice silenzioso. Il terzo, in qualità di Segretario di Stato, ha avallato l’ennesima avventura militare destinata a stravolgere gli equilibri internazionali.
Le bombe sono piovute dal cielo con precisione chirurgica e con potenza devastante. I B-2 Spirit, gioielli tecnologici dell’arsenale statunitense, hanno sganciato ordigni GBU-57 di 13 tonnellate, progettati per penetrare le strutture nucleari più protette. In parallelo, 30 missili Tomahawk sono stati lanciati da sottomarini in immersione. Il messaggio era chiaro: nessun angolo dell’Iran sarà risparmiato se non si tornerà “alla pace”.
Ma di quale pace si tratta? Quella che passa per l’annientamento della capacità nucleare di un Paese sovrano? Quella che ignora volutamente i rapporti dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, che negano qualsiasi “imminenza” nella minaccia iraniana? Quella che produce, secondo Human Rights Militants, 865 morti, di cui 363 civili, senza contare i feriti, gli sfollati, i traumatizzati?
Dal canto suo, Benjamin Netanyahu ha immediatamente celebrato l’azione come una svolta epocale, lodando la “virtù e la potenza” americana. Un plauso interessato, perché l’operazione è stata decisa senza alcun voto del Congresso americano. Tel Aviv applaude, Washington si piega, Teheran si prepara alla vendetta. Un copione già scritto.
In mezzo, come sempre, ci sono le vite innocenti, le case sbriciolate, le infrastrutture distrutte. Nessuna condanna ufficiale da parte dell’ONU, che si è limitata ad esprimere “profonda preoccupazione” per l’escalation. Nessuna vera discussione internazionale. Solo l’applauso della stampa embedded e dei falchi neoconservatori.
Donald Trump non ha avuto remore a rivendicare pubblicamente l’azione, parlandone come di un successo strategico e un esempio di “leadership globale americana”. Ha proclamato in diretta dalla Casa Bianca: “Tutti gli obiettivi sono stati completamente distrutti. Nessun altro esercito al mondo avrebbe potuto portare a termine una missione di questa portata. È giunta l’ora della pace!”.
Un’affermazione che risuona come un ossimoro tragico. Una pace costruita sulla distruzione, sulla paura, su una narrazione propagandistica che non trova riscontro neanche nelle analisi dei servizi di intelligence statunitensi. Perfino il Pentagono ammette che l’Iran non è a un passo dalla bomba, ma il mantra della “minaccia nucleare” viene ripetuto per giustificare decisioni già prese, per coprire alleanze già consolidate, per alimentare un clima da scontro di civiltà.
Il governo iraniano, seppur colpito duramente, non ha mostrato cedimenti apparenti. Il ministro degli Esteri Araghchi ha minacciato “conseguenze eterne”, mentre l’Agenzia iraniana per l’energia atomica ha cercato di minimizzare i danni, quasi a voler rassicurare l’opinione pubblica interna e internazionale che la Repubblica Islamica non si piega.
Nel frattempo l’ambasciatore iraniano all’Onu ha chiesto una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza, denunciando la violazione del diritto internazionale e l’aggressione militare da parte di uno Stato che, ufficialmente, non è nemmeno in guerra con l’Iran.
Dietro questa mossa bellica si cela molto più di un’operazione di “difesa preventiva”. Gli Stati Uniti sembrano sempre più ostaggio della strategia israeliana, incapaci di definire una propria politica mediorientale autonoma. L’iniziativa di Trump, spacciata per difesa della pace e della sicurezza globale, appare come l’ennesima dimostrazione di servilismo strategico verso Tel Aviv.
A conti fatti il prezzo di questa escalation sarà pagato dai popoli: da quello iraniano, che vedrà aumentare l’isolamento e il rischio di nuove guerre; da quello americano, che sarà coinvolto in un nuovo conflitto senza fine e senza obiettivi chiari; da quello israeliano, che potrebbe scoprire troppo tardi che la distruzione dell’avversario non equivale alla sicurezza.
In definitiva, questa guerra-lampo ordinata da Trump sembra più un tentativo di riconquista dell’agenda politica interna che un’azione di reale interesse nazionale. Una mossa cinica, forse disperata, che sacrifica la diplomazia sull’altare della propaganda e del sensazionalismo.
La storia ci insegna che le guerre “preventive” raramente portano stabilità. E mentre i B-2 tornano alle basi e i generali americani si congratulano, nel cuore dell’Eurasia si è aperta un’altra ferita. Una ferita che non guarirà con i tweet o i proclami. Una ferita che, come temono molti, potrebbe essere solo l’inizio di qualcosa di ben più grave.




