di Dario Rivolta ** –

Nel 2013 gli Usa e l’Ue conclusero un accordo che riguardava gli standard considerati obbligatori nel settore dell’aviazione. Poco dopo anche Canada, Brasile e Cina li accettarono e quelle normative divennero così comune riferimento per le maggiori economie mondiali.

Se il TTIP fosse approvato, potrebbe succedere la stessa cosa: i criteri che saranno concordati in questo Trattato, molto probabilmente, diverrebbero punti di riferimento anche per gli altri Paesi.

Questo è uno degli obiettivi dichiarati da chi difende a spada tratta la firma dell’accordo, salvo dover aggiungere che un altro Trattato simile al TTIP è già stato firmato dal governo americano e da altri 11 Paesi, il TTP (Trans Pacific Partnership cui hanno aderito i Governi di Stati Uniti, Cile, Brunei, Nuova Zelanda, Singapore, Australia, Canada, Giappone, Malesia, Messico, Perù, Vietnam. A costoro potrebbero aggiungersi in seguito Indonesia, Corea del Sud e Taiwan). E’ evidente che anche il possibile accordo euro-americano, arrivando dopo, non potrà contenere clausole in contraddizione con quello già sottoscritto.

Che il Trattato del Pacifico entri in vigore è tuttavia ancora incerto, poiché per renderlo esecutivo occorre che sia approvato entro il 4 febbraio 2018 dai parlamenti di almeno sei dei Paesi firmatari e che rappresentativi di almeno l’85 percento del Pil globale degli aderenti. Per motivi soprattutto economici, molto simili ai problemi che interessano il TTIP (come spiegato nel precedente articolo), negli Usa sono sempre più numerosi i politici scettici sull’opportunità della ratifica e, anche in Giappone, il mondo agricolo locale non sembra digerire di buon grado un sistema che lo penalizzerebbe in modo significativo. Comunque vada, i parlamentari dovranno leggersi l’intero testo che consiste in circa 6mila pagine suddivise in trenta capitoli e ricche di cifre e riferimenti normativi.

Poco male, se l’importanza mondiale dell’accordo lo giustificherà. Peccato che, oltre ad essere stati tenuti completamente all’oscuro durante le trattative, potranno soltanto votare sì o no sul testo così come sarà loro presentato, senza avere alcun diritto a emendamenti o a voti disgiunti.

Lo stesso meccanismo si ripete con il nostro TTIP. Anche in questo caso, le trattative sono state segrete e solo grazie alle fughe di notizie fatte trapelare da Greenpeace e da altri se n’è potuto sapere qualcosa. E’ stato a questo punto che anche il governo italiano ha acconsentito a rendere pubblico lo stato attuale delle cose, ponendo però condizioni a dir poco imbarazzanti: l’accesso agli atti è stato permesso solo ai parlamentari che ne hanno fatta richiesta, purché organizzati in turni, e per una sola ora a testa. L’hanno potuto fare in una stanza apposita, sorvegliata, e non è stato possibile fotocopiare o fotografare i documenti loro sottoposti.

Non concordo con chi si lamenta per questa mancanza di trasparenza: è naturale che nel corso di trattative internazionali i colloqui si tengano in maniera riservata fino alla conclusione finale. E’ proprio per avere il massimo spazio di negoziazione che le parti non devono essere soggette a pressioni indebite e mantengano la possibilità di passi indietro o perfino di temporanei bluff. Tuttavia democrazia domanda che, una volta raggiunto un testo comune e prima della firma, i rappresentanti del popolo possano visionare il lavoro fatto ed, eventualmente, proporre modifiche. Il ministro Carlo Calenda, grande sostenitore dell’accordo, vanta la democraticità del processo ricordando che “… non solo occorre l’approvazione del Consiglio Europeo all’unanimità, ma anche quella del Parlamento europeo e di ben 38 parlamenti nazionali. Esiste un processo più democratico di questo?” (L’Espresso del 2 giugno 2016). Peccato, caro Calenda, che, come per il TTP, sia negli Usa sia da noi si dovrà accettare “tutto o niente” e, come titolava un articolo apparso sull’americana Stratfor “ Il diavolo sta nei dettagli”. Dover accettare o rifiutare in blocco un testo molto complesso, con interessi a volte contrapposti che spaziano da dazi doganali a norme sanitarie, ambientali, finanziarie che riguardano le future potestà legislative di governi e parlamenti, che, infine, determineranno la sopravvivenza o meno d’intere categorie economiche non sembra così rispettoso del ruolo di chi rappresenta il popolo.

A voler riconoscere la buona fede di chi ha imposto quest’approccio, si potrebbe pensare che la volontà di evitare discussioni pubbliche sui singoli punti sia stato imposto per impedire alle lobby più potenti di interferire, privilegiando così i benefici complessivi su quelli di parte. Purtroppo, se questa fosse la vera ragione, ci si dovrebbe domandare come mai, anche a negoziati ultimati (e quindi dopo i voti parlamentari) è previsto che si realizzi un’ulteriore e progressiva “convergenza normativa” tra Ue e Usa. Tale “aggiornamento” sarà affidato a “organismi tecnici” che agiranno senza alcun controllo da parte di alcuna istituzioni eletta. In altre parole, il testo che sarà approvato dai parlamenti potrà subire successive modifiche decise e applicate sulla base di nuove negoziazioni portate avanti da personale non politico che risponderà solamente (e in maniera riservata) ai propri capi-servizio. Non ci sarà allora il rischio d’intervento delle lobby? A noi sembra che il pericolo sia ancora maggiore.

Tiriamo le somme, anche se, a ben vedere, ci sarebbero tantissimi altri punti che meriterebbero un approfondimento ma, purtroppo, lo spazio lo nega.

Questo possibile accordo, ancora in negoziazione, farà probabilmente prevalere gli interessi commerciali su leggi degli Stati che volessero invece favorire altri aspetti quali, ad esempio, precauzioni sanitarie o ambientali. Le sentenze, assegnate ad “arbitri”, sarebbero parallele e indipendenti dalla Giustizia tradizionale. Gli eventuali benefici economici per le due parti contraenti saranno o irrisori o, addirittura (per qualcuno), negativi. I parlamenti non avranno una sostanziale voce in capitolo sul suo contenuto e potrebbero essere del tutto esclusi da future modifiche o ampliamenti di quanto concordato. Gli OGM e la carne agli ormoni potrebbero riempire gli scaffali dei nostri supermercati e centinaia di migliaia di lavoratori potrebbero veder diminuite le loro tutele o perfino perdere il lavoro.

Che senso ha, dunque, voler insistere nel voler fare quest’accordo?

Una chiave di lettura che accomuna il TTP e il TTIP sta nel fatto che ne restano escluse tutte le economie Brics, e cioè quelle che furono chiamate le economie emergenti: Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. Qualcuno precisa che questa “NATO economica” (parole dell’ex Segretario Generale della NATO), così come ha detto Obama al Congresso, permetterà agli Stati Uniti e non alla Cina di “scrivere le regole del cammino nel XXI secolo”. Chi sottoscriverà il patto si metterà dalla parte che guiderà il futuro del mondo.

I più malpensanti aggiungono che, essendo oramai gli Usa in una parabola discendente, attraverso i due accordi mirino a ottenere una ristrutturazione della loro leadership a livello globale manifestando l’esplicito intento di garantirsi le sfere d’influenza sulle due sponde degli oceani.

Il nostro posto, ovviamente, è a fianco degli americani. Dobbiamo solo domandarci quale prezzo siamo disposti a pagare.

* 1a parte. Ttip. Sulla forma giuridica di arbitrato; 2a parte. Ttpp. Sui contenuti economici;

** Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.