di Enrico Oliari –
“Sono ragazzi”, diceva qualche anno fa Ezio Greggio, ironizzando sulle azioni eccessive di questo o di quello. Ma ciò che sta accadendo nella Tunisia del post-rivoluzione, di satirico ha ben poco, anzi, è profondamente allarmante, se si considera che gli eccessi di frange dei salafiti stanno sempre più mettendo a soqquadro il paese.
L’idea è una sola: imporre la sharia nel primo paese africano liberato dalla dittatura occidentalista ed a infiammare per bene gli animi ci ha pensato proprio ieri niente meno che il capo di al-Qaeda, Ayman al-Zawahiri, il quale ha fatto avere un messaggio dove invita i credenti ad abbandonare il partito islamico-moderato di Ennahda, reo di aver “violato il libro santo dell’Islam e gli insegnamenti del Profeta Maometto”, per aver accettato una Costituzione che non considera la sharia come fonte unica della legislazione.
E sono bastate poche ore perché il suo messaggio venisse preso sul serio da quelli che non sono i soliti facinorosi: nella notte vi sono stati scontri tra i salafiti e la polizia alla Marsa, un quartiere della capitale con forte concentrazione di stranieri: i fondamentalisti hanno distrutto quello che trovavano e si sono scagliati contro una galleria d’arte, che, a loro giudizio, esponeva opere contrarie alla morale. Hanno quindi assaltato e saccheggiato il posto di polizia, mentre i giovani del quartiere sono scesi nelle strade per formare una catena umana e fermare il gruppo inferocito. Temendo che i salafiti devastassero il ‘Plug’, uno dei pub più frequentati della Marsa, la polizia ne ha disposto l’evacuazione, mentre i soldati hanno presidiato il palazzo presidenziale di Cartagine.
I fatti di questa notte sono gli ultimi di una scia di tensioni di carattere religioso che sta interessando il paese africano: in febbraio vi era stato lo sciopero dei docenti presso l’Università della Manouba per protestare contro le violenze dei salafiti; in marzo il divieto per le ragazze di portare in aula il niqab aveva causato scontri fra gli studenti liberali e quelli integralisti; in maggio, a Jendouba, i salafiti hanno tentato di tagliare la mano ad un sospetto ladro, sottoposto immediatamente ad intervento chirurgico; nello stesso mese a Sidi Bouzid c’è stata l’imposizione della chiusura dei locali che vendono alcolici, mentre a Ghardimaou, nel governatorato di Jendouba, i salafiti hanno incendiato un bordello ed aggredito le ragazze che vi lavoravano; nello stesso giorno è stata assaltata la caserma della polizia di Ezzahra, una delle municipalità a sud di Tunisi, dove era stato arrestato un giovane salafita.
La reazione del Governo davanti ai continui scontri non è stata delle più convincenti: il 23 aprile scorso il ministro degli Affari religiosi, Noureddine Khadmi, si è limitato a dire, dopo gli atti dissacratori contro alcune chiese e sinagoghe e ad appelli ad uccidere gli ebrei, che quello dei salafiti “è un effetto collaterale della rivoluzione” e che il fenomeno “non deve essere affrontato con soluzioni di sicurezza o con misure straordinarie, ma attraverso una strategia basata sugli aspetti ideologici e scientifici e sul dialogo, lontana dallo scontro e dalla violenza”.
Più minaccioso (ma non di molto) il ministro della Giustizia Nureddin Bhiri, il quale ha lanciato un avvertimento perentorio: “Io dico a queste persone (i salafiti, ndr) che pensano che lo Stato ha paura di loro, che la passeggiata è finita e che coloro che superano le linee rosse saranno puniti”.
L’impressione che si coglie è il tentativo, da parte di alcuni che ritengono la fede non un valore spirituale individuale, bensì una regola sociale, di trasformare gradualmente la Tunisia in uno stato confessionale, tradendo di fatto lo spirito libertario della rivoluzione partita dal gesto di Tareq (Mohamed) Bouazizi: facendo leva sul malcontento popolare dovuto alla crisi economica ed occupazionale, si passerebbe così dalla dittatura laicista di Ben Alì a quella religiosa, con il rischio di un effetto domino che arriverebbe ad interessare i paesi protagonisti della Primavera araba.
Tuttavia il concetto basilare di quella libertà che i salafiti reclamavano fino a non più un anno e mezzo fa, è che il diritto di ognuno termina nel momento in cui inizia il diritto di un altro: se bere alcool è peccato, basta non berlo, non occorre appiccare fuoco al un bar.

