di Ismahan Hassen –

Mentre la Tunisia si prepara per il decisivo secondo turno delle elezioni presidenziali, il suo destino può però giocarsi in modo altrettanto importante altrove, al di fuori dei confini nazionali e dei giochi politici interni: in Libia.

A più di tre anni dalla caduta di Muammar Gheddafi, la stabilizzazione e la transizione democratica non sono ancora divenuti una realtà all’ordine del giorno in Libia. Lo scenario libico è infatti ancora fortemente dominato dalla violenza. Nonostante la successione di una serie di elezioni che hanno avuto luogo dopo la caduta di Gheddafi, la Libia è però rimasto un Paese alla deriva, senza Stato o un potere politico centrale degno di definirsi tale. Il caos politico e istituzionale, accompagnato da una diffusa insicurezza che esclude qualsiasi tipo di investimento e qualsiasi ripresa economica, vede oggi al centro delle tensioni post-rivoluzionarie e degli scontri, la città di Bengasi, la stessa città che nel 2011 era stata il simbolo della rivolta contro il potere dittatoriale. Nonostante siano ormai passati più di tre anni, il primato della legittimazione elettorale sulla legittimità rivoluzionaria non è ancora stato completamente attuato, poiché coloro che sono riusciti a rovesciare la dittatura del colonnello Gheddafi, non si sono poi dimostrati in grado di garantire l’unità nazionale e l’amministrazione di un Paese molto grande, complesso, e in cui otto milioni di persone sono catturati in conflitti di interessi e in una moltitudine di micro-scontri tribali, clanici, di milizie e di forze politiche divise dalle rispettive ideologie.

Tutta questa instabilità e insicurezza che sta, naturalmente, interessando i libici, sta però avendo pesanti ripercussioni anche sui vicini arabi e sub-sahariani del Paese. Insieme all’Egitto e all’Algeria, che si sono posti in stato d’allerta, è poi soprattutto la Tunisia, il cui confine con la Libia sta vivendo un nuovo picco di tensione, ad essere preoccupata dalla degenerazione della situazione libica.

Il fatto che il confine libico a sud sia ormai diventato una succursale delle reti jihadiste del Sahel, nonché un passaggio speciale per il flusso di armi e di combattenti per i gruppi attivi nella regione (tra cui Ansar al-Sharia), in stretto rapporto con Aqim (Al-Qaïda au Maghreb islamique) e con l’Isis, insieme al tentativo di forzare il recupero del l’integrità del territorio libico da parte del generale Khalifa Haftar (ex comandante della ribellione che ha rovesciato il regime di Gheddafi, e ora a capo dei militari che si proclamarono “esercito nazionale libico”) spaventa infatti il governo tunisino. Ciò che suscita la paura del governo tunisino, è il fatto che l’offensiva militare dell’esercito libico, che cerca di reprimere i gruppi miliziani riuniti nella nebulosa coalizione rappresentata da “Fajr Libia”, potrebbe spingere le milizie islamiste in fuga da Tripoli e Bengasi a rifugiarsi nel territorio di paesi limitrofi, e quindi inevitabilmente, ed in primo luogo, in Tunisia.

Se tale ipotesi dovesse in qualche modo avverarsi, oltre a rappresentare una violazione dell’integrità territoriale del Paese interessato, essa costituirebbe una vera e propria minaccia per la sicurezza dell’intera regione del Maghreb in generale, e della Tunisia nel caso specifico. A questo proposito, non bisogna dimenticare l’episodio avvenuto pochi giorni fa, in cui una persona è stata uccisa e altre tre sono state ferite, in un raid aereo dell’esercito libico nei pressi della postazione di miliziani che controllano il posto di frontiera di Ras Jedir.

È in questo contesto particolarmente teso, che si è tenuta a Khartoum la V Conferenza dei Paesi confinanti con la Libia. Nel corso di tale conferenza, tutti i ministri degli affari esteri presenti avrebbero senza alcun dubbio ribadito i principi del rispetto per l’unità e la sovranità della Libia, della sua integrità territoriale e della non interferenza. Allo stesso tempo però, i rappresentanti dei paesi confinanti avrebbero richiesto, in una dichiarazione congiunta, la cessazione immediata di tutte le operazioni militari, invitando le varie parti interessate a impegnarsi in un dialogo nazionale, come l’unico modo per l’instaurazione della pace e della stabilità all’interno del Paese e per la salvaguardia della sicurezza territoriale degli Stati confinanti.