di Saber Yakoubi –
Lo “shale gas” (o gas da argille) è un tipo di gas uguale in tutto e per tutto al metano tradizionale ed è prodotto da giacimenti non convenzionali in argille dove si è decomposta la materia organica.
Conosciuto ormai da un paio di decenni, negli ultimi tre anni ha radicalmente cambiato il mercato energetico degli Stati Uniti d’America ed ha segnato quello del resto del mondo, tanto da far parte ormai del mix energetico di tutti i paesi industrializzati. Si estrae da poco tempo in quanto i serbatoi si trovano nell’impermeabilità dell’argilla, per cui si sono rese necessarie tecniche nuove, come la perforazione orizzontale e la poco conveniente “fratturazione idraulica”.
Grazie allo sfruttamento dei giacimenti di shale gas e di altro gas non convenzionale, la produzione interna degli Stati Uniti è aumentata di oltre la metà ed è arrivata a quota 624 miliardi di m3 nel 2009, mentre per il 2035 ci si aspetta un’ulteriore crescita dell’estrazione di questo tipo di combustibile pari al 26% della produzione nazionale di gas.
Alcuni in Europa vedono tuttavia con perplessità il progetto di estrazione dello shale gas e di difficoltà ne ha anche parlato l’ex presidente dell’Eni Romano Prodi, il quale nel suo articolo “Il gas e i ritardi. Una sfida perduta in Europa” (Il Messaggero, 29 luglio 2012) ne ha ravvisato i punti critici dovuti all’assenza di una politica comune europea in tema di energia, ad una rete di pipeline carente ed alle regole diverse (es: negli Usa il sottosuolo appartiene a chi ne possiede la superficie, mentre generalmente nel Vecchio continente appartiene allo Stato).
Certamente il ritardo con cui si sta arrivando in Europa all’estrazione dello shale gas è determinato anche dall’elevato costo, ma anche dalla pericolosità dello stesso, tanto che in alcuni paesi come la Francia, la Svizzera e, uscendo dall’Europa, il Canada ed ancora altre nazioni, ne hanno proibito l’estrazione.
Al contrario la Tunisia ha concesso in passato alla multinazionale Shell di estrarre lo shale gas in diversi parti del paese, cosa che ha fatto indignare gli ambientalisti e portato a diverse manifestazioni sotto il Palazzo dell’Assemblea costituzionale: le operazioni estrattive richiedono infatti l’impiego di prodotti chimici che rischiano di inquinare le falde acquifere.
La Rivoluzione della Primavera araba ha sollevato il velo sul centinaio di aziende straniere che estraggono idrocarburi nel paese africano, tanto che la stessa Assemblea costituzionale aveva temporaneamente sospeso le operazioni di estrazione patrocinate dalla Shell. Tuttavia le proteste continuano, poiché la popolazione sospetta che vi siano molte altre corporation pronte a prendere in suo posto.

