di Ehsan Soltani –
Oltre 140 giornalisti iraniani hanno firmato un appello ai colleghi turchi chiedendo loro di assumere un atteggiamento corretto ed intervenire in merito alla situazione di Kobane, la città curdo-siriana situata a poche centinaia di metri dal confine turco e che da un mese è sotto attacco dalle forze jihadiste dell’Isis.
Nella lettera si legge che “I vostri colleghi iraniani stanno seguendo con preoccupazione quanto sta accadendo in questi giorni a Kobane, ovvero l’oppressione che un gruppo estremista sta esercitando in nome dell’ideologia e della religione sugli esseri umani, in un paese vicino a voi. (…) Oggi Kobane non è solo una città, ma anche rappresenta gli occhi di una coscienza risvegliata. Noi crediamo che le persone che stanno ora affrontando una delle ingiustizie più ingiuste della storia, non possano e non debbano essere rinchiuse in una gabbia etnica. (…) Coloro che oggi stanno uccidendo, un domani sicuramente verranno verso di noi e metteranno il coltello alla nostra gola: ieri era Shengal/Sinjar ad essere seduta sul sangue, oggi Kobane, domani toccherà a noi”.
Infine i giornalisti iraniani firmatari hanno chiesto ai colleghi turchi di compiere uno sforzo per mostrare la verità su quanto sta succedendo a Kobane, ovvero che la popolazione curda di quella città sta combattendo senza appoggio e a mani nude i jihadisti; li hanno invitati quindi ad utilizzare la loro penna per chiedere al mondo un sostegno internazionale nella lotta di difesa della città.
La lettera è stata pubblicata in lingua curda, persiana e turca.
SIRIA. Kobane: armi Usa ai curdi. E Ankara è pronta a far passare i peshmerga
Notizie Geopolitiche –
Ankara potrebbe finalmente uscire dall’immobilismo e, almeno, far giungere forze peshmerga a sostegno dei curdi di Kobane, la cittadina siriana posta a poche centinaia di metri dal confine turco e teatro da settimane del tentativo di sfondamento delle milizie jihadiste dell’Isis, come pure di una strenua difesa dei curdi.
Sono diversi i fattori che hanno spinto la Turchia a non intervenire attivamente nel conflitto, primo fra tutti il fatto che il paese di Ankara ha avuto un ruolo primario nella nascita e nello sviluppo del gruppo terrorista (come Usa, alcuni paesi europei e Qatar) per intervenire nel conflitto siriano contro al-Assad, alleato di ferro della Russia: i combattenti jihadisti provenienti dal Nordafrica, dall’Occidente e dal Caucaso sono infatti entrati in Siria passando attraverso i porti, le strade e gli aeroporti turchi, come pure gli armamenti e i finanziamenti. Tra la Turchia e l’Isis vi sarebbe anche una sorta di trattato segreto, che ha già portato alla liberazione in blocco di 49 turchi ostaggi dei jihadisti. Non di meno per la Turchia rappresenta un problema l’unità dei curdi, tanto che i militari hanno bloccato al confine i molti profughi in fuga dalla città. E sempre al confine sono fermi 10mila militari turchi.
Nella notte gli Usa hanno rifornito tramite il lancio da tre Hercules C-130 di armi i curdi di Kobane, un “di grande aiuto”, come lo hanno definito il portavoce dell’Ypg (Unità di protezione del popolo), Redur Xelil.
L’apertura della Turchia consiste nel fatto di aver annunciato l’intenzione di concedere ai peshmerga provenienti dalla regione autonoma del Kurdistan iracheno di raggiungere Kobane e, come ha spiegato il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu, “Aiuteremo i peshmerga a entrare a Kobane: stiamo negoziando la questione”, in quanto “Non abbiamo alcun desidero di veder cadere la città”.
Il passaggio attraverso il territorio turco è indispensabile per far confluire tali forze a Kobane, in quanto il centro abitato è assediato su tre lati, est, sud e ovest, dai jihadisti.
Restano per il momento bloccati i curdi del Pkk (quindi turchi), anche se, ha precisato Cavusoglu, “Vogliamo disfarci di tutte queste minacce” nella regione, con riferimento all’Isis.

