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Il governo di Ankara ha inviato i (finalmente!) i propri caccia a bombardare l’Isis, e nelle ultime ore sono stati colpiti numerosi obiettivi in territorio siriano e soprattutto in quello dell’Iraq settentrionale, dove i jihadisti hanno conquistato di recente cinque villaggi in prossimità della frontiera turca. L’unirsi alla coalizione internazionale anti-Isis rappresenta un cambio di strategia radicale da parte di Ankara, poiché a seguito dell’attentato di Suruc del 21 luglio, costato la vita a 32 giovani e compiuto dall’Isis, Recep Tayyp Erdogan aveva preferito muovere guerra ai curdi arrivando a colpire i miliziani del Pkk nel territorio del Kurdistan Irq.
Inoltre è bene ricordare che fino a poco fa la Turchia ha avuto un ruolo primario nella nascita e nello sviluppo dell’Isis, ad esempio facendo transitare sul proprio territorio e nei propri aeroporti decine di migliaia di foreign fighter diretti in Siria, o ancora acquisendo il petrolio contrabbandato dallo Stato Islamico.
Per i comandi turchi le azioni di ieri rappresentano “solo l’inizio” e si affiancano a quelle contro il Pkk, di cui hanno già ucciso 500 guerriglieri.
Intanto nel governo ad interim di Ahmet Davutoglu sono entrati per la prima volta due ministri curdi, del Partito Democratico del Popolo (HDP) che il 7 giugno è riuscito a superare il 10% dei consensi necessario per entrare in Parlamento. Si tratta di una prassi obbligata dalla Costituzione, nel mentre che vengono organizzate le nuove elezioni.
