di Guido Keller –
Continuano gli arresti e le purghe nella Turchia dello sventato golpe, ovvero quella “pulizia all’interno di tutte le istituzioni dello Stato” che Erdogan ha promesso per liberare il paese “dal virus” che l’ha infestato: il premier Binali Yildirim ha reso noto che “Sono 7.543 le persone arrestate, tra cui 100 agenti di polizia, 6.038 soldati, 755 tra giudici e procuratori (due giudici della Corte costituzionale), e 650 civili. Per 316 è stata confermata la custodia preventiva”.
Sono 103 i generali e gli ammiragli arrestati, tra cui l’ex comandante della forza aerea Akin Ozturk, ritenuto il leader dei golpisti, poi vi è il consigliere militare del presidente, colonnello Ali Yazici, il comandante della Seconda Armata, generale Adem Huduti, il comandante della Terza Armata e Erdal Ozturk, il comandante della base aerea Nato di Incirlik, generale Bekir Ercan.
30 prefetti su 81 sono stati sollevati dall’incarico, insieme a 8.777 dipendenti del ministero dell’Interno, a circa 8mila agenti di polizia, a 614 gendarmi e a 47 governatori di distretti provinciali; il ministero delle Finanze ha sospeso circa 1.500 impiegati per presunti legami con il religioso Fethullah Gulen.
Il premier ha reso noto che nella notte del golpe sono morte 208 persone, di cui 145 civili, 60 poliziotti e 3 soldati. Oltre 100 golpisti sono stati uccisi.
I molti dubbi sull’autenticità del golpe sono stati riassunti oggi, in occasione del vertice europeo dei ministri degli Esteri, in una risposta ai giornalisti data dal Commissario europeo all’Allargamento e alle Politiche di vicinato Johannes Hahn, per il quale “le liste di proscrizione erano già pronte”.
Gli ha risposto via Twitter il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, affermando che “Sembra che Hahn sia lontano dal capire davvero cosa stia succedendo in Turchia” e che “la nostra prima aspettativa dall’Ue e dai nostri alleati è di sostenere il processo democratico in Turchia e di condannare in modo forte il tentativo di colpo di Stato”.
Ma a tenere banco a Bruxelles è la proposta del presidente Recep Tayyp Erdogan di reintrodurre la pena di morte, abolita nel 2004 (le ultime esecuzioni erano di vent’anni prima): i ministri, attraverso la Pesc Federica Mogherini, hanno detto che “Nessun paese può diventare Stato membro dell’Ue se introduce la pena di morte, questo è molto chiaro”. Da Ankara è stato risposto che “sarà il Parlamento a decidere”.
Il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni ha detto che “Ci deve essere una reazione che tiene conto dello stato di diritto e delle regole della legge: il ricorso alla pena di morte sarebbe evidentemente in contraddizione. L’Italia è molto chiara, ma anche l’Ue lo è”. “Abbiamo parlato ripetutamente con i colleghi del governo turco – ha continuato il capo della Farnesina – e abbiamo avuto rassicurazioni sul fatto che la loro risposta sarà orientata al rispetto dello stato di diritto. Sinceramente vediamo dei segnali che vanno in una direzione molto diversa”.

