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Le autorità di Ankara sono convinte che dietro al sanguinoso attacco di ieri nella centralissima piazza Kizilay vi sia ancora una volta il Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, o forse gruppi autonomi staccatisi da esso, come nel caso dell’attentato del 17 febbraio, costato la vita a 29 persone e rivendicato dal Tak (Falconi della libertà), separatisi nel 2005.

Il bilancio della strage di ieri, avvenuta alle 18.45 ora locale presso una stazione degli autobus, è di 37 morti e 125 feriti, come ha riferito in mattinata il ministro della Salute, Mehmet Muezzinoglu. Una decina di feriti risultano essere gravi.

Le prime indagini indicano un’autobomba, una Bmw bianca del 1995, condotta da una donna kamikaze di Balikesir unitasi al Pkk nel 2013, l’ex studentessa Seher Cagla Demir. Identificata grazie alle impronte digitali, è risultata essere stata processata in passato insieme a quattro compagne, di cui tre sorelle, per partecipazione a gruppi legati al terrorismo. Sarebbe stato identificato anche un secondo attentatore, un uomo di nazionalità turca, anche lui legato al Pkk. Al momento non vi sono tuttavia rivendicazioni.

Immediatamente sono partiti raid contro obiettivi del Pkk nel Kurdistan iracheno settentrionale.

Nella parte turca del Kurdistan è stato invece revocato in modo parziale il coprifuoco imposto nella parte storica di Diyarbakir già a dicembre, mentre è stata annunciata l’introduzione di tale misura a Yuksekova e Nusaybin, quale parte dell’operazione dell’esercito volta a stanare i guerriglieri del Pkk.

Lo Stato maggiore ha reso noto a conclusione dell’operazione che sono 279 i membri del Pkk uccisi.