di Shorsh Surme

Quasi tre anni fa il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva avviato i colloqui di pace con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), formazione in lotta contro il governo di Ankara sin dal 1984, un conflitto che ha causato 40mila morti. Da mesi il Partito dei lavoratori del Kurdistan ha osservato un cessate il fuoco su iniziativa del leader curdo Abdullah Ocalan, detenuto nel carcere di massima sicurezza sull’isola di Imrali dal 1999, il quale ha cercato di fermare la spirale della violenza. Ocalan aveva scritto una lettera proprio dall carcere chiedendo il dialogo con il popolo turco: la lettera, datata 21 marzo 2013, cominciava con “Siamo ora giunti al punto in cui le armi devono tacere e lasciare che parlino le idee e la politica”. Sembrava essere sul punto di forgiare una pace storica tra i turchi e la popolazione curda.

Il momento sembrava perfetto. Purtroppo vi sono stati poi lo scoppio della guerra civile in Siria e la nascita del Califato in Iraq, per cui i combattenti del Pkk si sono giustamente concentrati sulla difesa della terre curde sia del Kurdistan Siriano (Rojava) che del Kurdistan dell’Iraq (Kurdistan del Sud), per dare una mano ai loro fratelli in balia dei terroristi dello Stato Islamico (Isis).

Sicuramente l’aiuto dato dal Pkk ai curdi di Kobane non è andato giù al governo di Ankara, in quanto veniva rafforzata l’idea di un Kurdistan Siriano libero e autonomo, ovvero di una regione libera ai loro confini.

Questo è stato indubbiamente uno dei motivi dell’attacco del governo turco ai curdi, anche se alla base della dura iniziativa di Erdogan con tanto di arresti e di bombardamenti resta la clamorosa vittoria del Partito Democratico del Popolo (HDP) alle elezioni politiche del 7 giugno 2015, che hanno portato per la prima volta 80 parlamentari curdi all’Assmblea turca e hanno di fatto incrementato il peso della minoranza etnica nella scena politica del paese.

La prima conseguenza è stata che il primo ministro uscente Ahmet Davutoğlu non è riuscito a formare un nuovo governo.

Per togliere legittimità al partito curdo democraticamente eletto, il partito di Erdogan, l’Akp (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) è alla ricerca di accuse: lo scopo è quello di togliere ai vari membri l’immunità parlamentare, come nel caso dello stesso leader, il 42enne Selahattin Demirtas, additato per aver avuto rapporti con il Pkk, anche se in periodo di tregua.

La Turchia, paese della Nato e membro del Consiglio d’Europa sta ora attaccando un altro paese qual è il Kurdistan dell’Iraq, ma nessuno alza un dito, anche lo statuto della Nato siglato 4 aprile 1949 parla chiaro ed indica che “Le parti del presente Trattato, riaffermano la propia fede negli scopi e nei principi della Carta delle Nazioni Unite, ed il desiderio di vivere in pace con tutti i popoli e con tutti i governi, decisi a salvaguardare la libertà dei propri popoli, il proprio retaggio comune e la propria civiltà, fondati sui principi della democrazia, sulle libertà individuali e sul predominio del diritto”. E’ sotto gli occhi di tutti che la Turchia non abbia assolutamente osservato questo principio.

In questi ultime due settimane sono state arrestate più di mille persone, la maggior parte delle quali giovani accusati di attività sovversiva e antigovernativa, ma sono loro le vere vittime del del processo di pace in cui avevano creduto.

Ora sia l’Unione Europea sia la Nato devono fare pressioni sulla Turchia perchè non allarghi confilitto e soprattutto perchè si torni al tavolo del dialogo, unica strada perccoribile per la convivenza pacifica di due popoli, quello curdo e quello turco.