di Enrico Oliari –

L’Akp, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, ha vinto le elezioni in Turchia con il 49,4%, cosa che gli consente di ottenere la maggioranza dei seggi in parlamento (316 su 550) e quindi di esprimere finalmente un governo.

Alle elezioni anticipate si è arrivati dopo che ul voto del 7 giugno avevano inflitto una storica sconfitta all’Akp relegandolo al 40,8%, ed il premier Ahmet Davutoglu non era riuscito a formare il governo in quanto il socialdemocratico Chp, il partito nazionalista Mhp e i curdi dell’Hdp (che per la prima volta erano riusciti a superare abbondantemente la soglia del 10% per entrare in Parlamento) si erano rifiutati di formare un governo di coalizione.

Il Partito repubblicano del Popolo (Cumhuriyet Halk Partisi, Chp), è passato dal 25,1 al 25,4% (134 seggi), il nazionalista Mhp (Milliyetçi Hareket Partisi) dal 16,4% all’11,9% (14 seggi); meno bene è andata ai curdi di Selahttin Demirtas, che sono passati dal 13,2 al 10,7%, ma che comunque riescono a rimanere in Parlamento con 59 seggi (contro gli 80 che avevano). Soprattutto i curdi sono riusciti a mutilare la vittoria di Erdogan, impedendo all’Akp di superare la maggioranza qualificata di 330 seggi, che gli avrebbe permesso di fare la riforma della Costituzione in senso presidenzialista.

I sostenitori di Erdogan festeggiano, ma è ancora presto per dire se è archiviato il clima di una campagna elettorale dura, fatta della continua ricerca di nemici interni ed esterni, con 150 militari e 2mila miliziani del Pkk morti per far passare il messaggio secondo cui solo il presidente turco è in grado di garantire l’ordine e la sicurezza. Poco hanno pesato gli scandali legati alla corruzione che hanno interessato esponenti del governo e famigliari di Erdogan, la stampa di opposizione censurata e l’evidente sostegno dato all’Isis facendo transitare migliaia di foreign fighter, merci ed acquistandone il petrolio: i turchi gli hanno ridato fiducia, certi che Erdogan e l’Akp rappresentino la strategia giusta per il futuro del paese.

La tensione resta comunque alta, con le scontate voci di brogli e soprattutto scontri in diverse città: a Diyarbakir le forze dell’ordine sono ricorse ai lacrimogeni per difendersi dal lancio di pietre dei militanti curdi. Le notizie danno anche incendi e barricate nella stessa città, considerata la capitale del Kurdistan turco.