di Enrico Oliari –

Non è ancora finita. Perché il grido di libertà delle “Primavere arabe” è stato tradito da chi lo ha abusato per imporre ciò che di più antilibertario esiste: la visione confessionale dello Stato. E così ad essere attraversato dalla “Controprimavera araba” non solo l’Egitto, bagnato ormai dal sangue di centinaia di quei milioni di manifestanti che si sono riversati nelle antiche piazze, ma anche la Tunisia, dove sono già stati ammazzati due dei massimi esponenti della coalizione di opposizione, la Libia, che ancora oggi brucia, e poi la Turchia, dove, se non vi è stata nel 2011 la rivoluzione,  oggi i giovani manifestano per gli stessi motivi degli altri paesi… ovunque si ha la sensazione che le rivoluzioni che sono partite dal tragico gesto del giovane tunisino Mohamed Bouazizi sono state un fallimento, perché c’è chi non ha compreso o voluto comprendere che “democrazia” non significa semplicemente fare il volere della maggioranza, bensì anche rispettare ogni singola individualità e libera espressione, senza costringere l’intera popolazione ai dettami della religione.

E’ vero, sarebbe semplicistico pensare che ci siano solo i graduali processi di islamizzazione dei paesi alla base delle proteste di questi giorni, basti pensare che l’Egitto è una scacchiera su cui il Qatar, che cerca di assumere un ruolo di leadership nel mondo arabo, muove (e finanzia!) le pedine dei Fratelli Musulmani, in contrapposizione agli interessi di Israele, che cerca di stabilizzare la situazione attorno a casa propria, e persino dell’Arabia Saudita, che è la prima a rimetterci dallo tsunami degli interessi di Doha nel mondo arabo.

Tuttavia a spingere la moltitudine di Tamarrod (Ribellione) a manifestare, forte delle quindici milioni di firme raccolte per chiedere le dimissioni del presidente islamista Mohammed Morsi, è stato qualcosa di più semplice della geopolitica ad alti livelli: la società va avanti, la gente ha voglia di crescere in un progresso sociale il cui blocco sarebbe contro la natura delle cose, ovvero il ritorno al medioevo, del tutto impensabile in un’epoca di globalizzazione dove le idee corrono sui social network e non stanno chiuse nei torrioni delle abazie.

Ai primi di luglio i militari sono intervenuti per cercare di contenere la situazione, hanno tratto in arresto il presidente Morsi e la dirigenza dei Fratelli Musulmani, “colpevoli” di aver tradito la laicità dell’Egitto, ed hanno favorito la nascita di un governo di transizione, perché l’Egitto è di tutti, non solo dei musulmani, ma anche dei cristiani copti, a lungo discriminati nell’ultimo anno, come pure dei laici. Si è perso il conto delle centinaia di morti e delle migliaia di feriti causate dagli scontri fra i manifestanti, in momenti di follia in cui sono state date a fuoco sedi di partito, assaltate caserme e si è sparato ad altezza d’uomo.

Più a nord il contro-kemalista Erdogan, che vorrebbe traghettare la Turchia nell’Europa dei diritti civili, ha imposto restrizioni alle libertà di parola e di stampa, la censura su alcuni contenuti televisivi e maggiori controlli e rigidità sull’uso di internet; ha imposto il divieto notturno di consumo di alcol, ha proibito l’aborto ed ha limitato persino il diritto di riunirsi liberamente; ha introdotto il reato di blasfemia ed ha dato alle donne la possibilità di portare il velo islamico nelle università e nei luoghi pubblici, cosa vietata nel laicissima nazione di Ataturk; ha inoltre fatto approvare dal parlamento una riforma dei programmi d’istruzione delle scuole pubbliche primarie e superiori dando spazio agli emergenti sostenitori dei princìpi islamici.

La Turchia è, dei paesi interessati dalle proteste, stato il meno bagnato dal’onda islamista che si sta riversando sulle regioni poste al di là del Mediterraneo: le manifestazioni, represse con fermezza, fanno parte della cronaca delle scorse settimane, ma non sono per nulla sopite; sono come una brace accesa sotto la cenere, pronta a rinfiammarsi alla prossima legge con spirito confessionale di chi vuole realizzare in Turchia il disegno confuso di una “democrazia islamica”, dove le restrizioni del Corano stanno insieme alle libertà dei cittadini secondo un’inedita ricetta di chi vuol mettere insieme il Diavolo e l’acqua santa, senza sapere quale sia l’uno o l’altro.

La Tunisia, paese a noi vicinissimo, ha mandato gli islamisti di Ennahda al potere dopo la caduta di Ben Alì: in un paese percorso dalle violenze degli intolleranti salafiti, con proteste che nel corso dei mesi hanno portato a numerosi morti e feriti e soprattutto con una crisi economica importante a causa della quale i giovani sono senza lavoro e senza futuro, la maggioranza dell’Assemblea costituente ha provato a far passare una legge costituzionale che aveva dell’incredibile: abolire il concetto di uguaglianza della donna rispetto all’uomo per stabilirne la “complementarietà”. Fortunatamente il progetto è stato bloccato, ma solo grazie alle opposizioni delle piazze ed alla sorpresa della comunità internazionale; non occorre essere “Femen” per essere disgustati da chi vuole introdurre un principio antistorico e medioevale: non si tratta del diritto di portare il chador nelle aule universitarie, ma di stabilire che la donna, senza l’uomo, non è una “donna”, e ancora che l’uomo, il quale non è complementare della donna, è “uomo” anche senza la donna.

E sempre in Tunisia, dove l’anno scorso è stata riaperta l’università corania della Zaytuna, fondata nell’864 sotto il califfato degli abbasidi e chiusa nel 1976 da Habib Bourghiba, il 6 febbraio scorso è stato ammazzato uno dei massimi esponenti dell’opposizione laica, Chokri Belaid, e poi ancora il 25 luglio Mohammed Brahmi, anche lui guida di quel Fronte popolare in cui stanno confluendo tutti i partiti che non vogliono la trasformazione della Tunisia in una teocrazia. Ad ucciderli, come ha spiegato il ministro dell’Interno Lotfi Ben Jeddou, un trentenne appartenente ad una cellula jihadista vicina ad al-Qaeda, in un paese che vede Tunisi più a nord di Siracusa e Lampedusa più vicina a Hammamet che a Catania. La protesta cresce, la tensione è altissima ed in questo marasma ci si chiede perché dei disperati si indebitano e rischiano la vita per attraversare il mare e cercare rifugio nella confinante e più libera Europa.

Poi vi è la Libia, quella vera, non quella dell’Africa d’Or, fatta di oltre 500 milizie che dalla deposizione di Gheddafi ancora non hanno voluto sentir ragione di sciogliersi o di integrarsi nelle Forze di sicurezza, delle armi che ogni famiglia per bene ha in cantina o nel salotto, degli jihadisti che attraversano liberamente il corridoio a sud del paese, degli odi non ancora sopiti nei confronti dei sostenitori dell’ancien regime e quindi della violenza e degli attentati, ed anche qui dell’omicidio di Abdessalem al-Mesmary, un avvocato anti-islamista noto per il suo impegno a favore della creazione di uno Stato laico in Libia; al-Mesamary, figura chiave della rivoluzione del 2001, si era in più occasioni scagliato contro i Fratelli Musulmani i quali, stando alle sue accuse, avrebbero voluto trasformare la Libia in un paese teocratico. Ed ancora della sede di Tripoli del Partito per la Giustizia e la Costruzione, il braccio politico dei Fratelli Musulmani, devastata dai manifestanti che di stato islamico non ne vogliono proprio sapere.

Tornando in Medio Oriente vi è la guerra civile in corso in Siria, dove il fronte degli insorti è ormai spaccato fra ribelli ed Esercito libero da una parte, e jihadisti dall’altra, come nel caso dei cospicui gruppi egati ad al-Qaeda: “Jabat al-Nusra” e “Stato islamico dell’Iraq e del Levante”.

Entrambi si sono dichiarati per la costituzione di un califfato, ovvero di un regno basato sulla sharia, ed in più occasioni hanno dimostrato intolleranza nei confronti dei cristiani e dei luoghi di culto, fino all’ancora probabile rapimento del romano gesuita padre Paolo Dall’Oglio; Tempi.it, riporta di una fatwa emessa dallo sceicco salafita Yasir al-Ajlawni secondo la quale è lecito per gli insorti lo stupro di “qualunque donna siriana non sunnita”, ovvero anche cristiane ed alawite e tanto è bastato perché a Qusayr una ragazza cristiana di 15 anni, Mariam, venisse stuprata da più nemici di al-Assad e poi uccisa.

Sostituire i regimi in nome della libertà è sacrosanto; tuttavia “libertà” è un concetto ben definito ed unico, che non permette sfumature di grigio giustificabili in alcun modo: piazzare al posto di Ben Alì, di Mubarak, di Gheddafi e di al-Assad nuove forme di dittatura, per certi versi più subdole proprio perché “marchiate” con umanissimo “nome di Dio”, qualunque esso sia, significa compiere un crimine contro l’essere umano. Perché la spiritualità è un valore stupendo ed altamente costruttivo nel momento in cui è individuale, portato dentro. Se forzatamente declinato attraverso le leggi e la politica nella società, è violenza. E’ odio.