di Marco Paganelli –
Il secondo giorno della visita di papa Francesco in Turchia è iniziato col viaggio da Ankara a Istanbul dove ha visitato la Sultan Ahme, nota come Moschea Blu, accompagnato dal gran muftì della città Rahmi Yaran. Il pontefice si è tolto le scarpe prima di entrare e ha pregato per tre minuti, all’interno, con gli occhi chiusi e le mani giunte sopra la croce pettorale nella nicchia posizionata nella direzione della Mecca.
Secondo il portavoce della sala stampa vaticana padre Federico Lombardi, il santo padre ha vissuto “un bel momento di dialogo interreligioso” ascoltando alcuni versetti del Corano e affermando di essere d’accordo col suo interlocutore circa l’importanza di adorare, glorificare e lodare il “Dio della giustizia e dell’amore”.
Bergoglio è giunto successivamente presso la basilica “Santa Sofia” (questa struttura era una cattedrale cristiana di rito bizantino fino al 1054 ma è stata trasformata dal 1935 da Mustafa Kemal Ataturk in un museo statale) e nel Libro degli ospiti ha scritto: “Contemplando la bellezza e l’armonia di questo luogo sacro, la mia anima si eleva all’Onnipotente, fonte ed origine di ogni bellezza e chiedo all’Altissimo di guidare sempre i cuori dell’umanità sulla via della verità, della bontà e della pace”.
Qui i latini, durante il saccheggio di Costantinopoli nella Quarta crociata, hanno rubato molte reliquie come una pietra della tomba di Gesù, il suo sudario, le ossa di alcuni santi, il latte della Vergine Maria e pertanto anche i gesti odierni del pontefice devono essere interpretati come un’ulteriore richiesta di scuse dei cattolici verso i loro fratelli d’Oriente.
Egli ha celebrato la messa, nel primo pomeriggio, nella cattedrale latina di Spirito Santo, e nell’omelia ha richiamato l’importanza del dialogo tra le religioni, della fedeltà della Chiesa al Paraclito che scaturisce nella misura in cui non si tenta di addomesticarlo secondo le diverse comodità, della rinuncia alla tentazione di “adagiarsi nelle proprie posizioni statiche e immutate”, ma ad aprire i cuori ai carismi divini che creano la vera unità nella diversità cioè escludono l’omologazione che danneggia tutti i fedeli indipendentemente dalla propria appartenenza ecclesiale.
L’ultimo appuntamento di papa Francesco si è svolto al Patriarcato Ecumenico al Fanar dove ha chiesto per due volte al patriarca Bartolomeo I, chinando il capo, la sua benedizione su tutta la Chiesa Cattolica e lui lo ha baciato sulla testa; tali gesti sono stati seguiti da un abbraccio fraterno.
Il pontefice, nella preghiera ecumenica, ha espresso gratitudine a Dio per quell’ulteriore orazione e ha aggiunto: “ La nostra gioia è più grande perché la sorgente è oltre, non è in noi, non è nel nostro impegno e nei nostri sforzi, che pure doverosamente ci sono, ma è nel comune affidamento alla fedeltà di Dio, che pone il fondamento per la ricostruzione del suo tempio, che è la Chiesa”.
Bartolomeo ha riferito che la visita di Francesco testimonia “la volontà sua e della Santissima Chiesa di Roma di proseguire il fraterno costante cammino con la nostra Chiesa Ortodossa per il ristabilimento della completa comunione” tra le due realtà.

