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Dopo 13 anni l’AKP, il partito del presidente Recep Tayyp Erdogan, ha perso la maggioranza e, pur rimanendo il primo partito, si è attestato alle elezioni parlamentari di domenica con il 40,8%. Tale risultato obbliga la formazione di una coalizione, ma la strada per dar vita a un nuovo governo è tutt’altro che semplice: sono infatti tre i partiti che hanno superato la soglia del 10% utile a ricoprire una parte dei 550 seggi, di cui il Partito repubblicano del popolo CHP, di ispirazione socialdemocratica (25%) e il Partito di azione nazionalista MHP (16%); entrambe le formazioni sono ostili all’ AKP (Partito dello sviluppo e della giustizia).

Il quarto partito, che ha buttato (per ora) all’aria i progetti di Erdogan di avviare una stagione di riforme politiche, è il Partito democratico del popolo (HDP), il quale grazie alla guida del 41enne Selahattin Demirtas, è riuscito a conquistare il 13,1%, cioè 81 deputati. Anche l’HDP come gli altri partiti ha escluso in campagna elettorale un’alleanza con l’ AKP, ma potrebbe essere interesse dei curdi intendersi con il diavolo per portare a casa obiettivi utili alle proprie istanze.

Intanto, come di prassi, il premier Ahmet Davutoglu si è recato dal presidente Erdogan per rimettere il mandato e quindi riceverne a breve uno nuovo e tentare la formazione di un nuovo esecutivo. Un tentativo che, in caso di fallimento, porterà a elezioni anticipate.

Ieri era stato lo stesso Erdogan ad invitare i partiti a formare un governo di coalizione, lanciando un appello alla “responsabilità”, per preservare la “stabilità” della Turchia.

Un’altra possibilità è quella di mettere in minoranza l’Akp e formare un governo con HDP, CHP e MHD, un’ipotesi che il numero uno dei repubblicani, Kemal Kilicdaroglu non ha escluso, ma già i nazionalisti di Mehmet Ali Sahin hanno fatto sapere di non voler setir parlare di accordi con i curdi.