di Manuel Giannantonio

ErdoganA due mesi dalle elezioni legislative anticipate, i ribelli del Partito curdo dei Lavoratori (Pkk) hanno condotto nel sud est del paese un’offensiva contro l’esercito, uccidendo 16 soldati. La situazione è molto tesa, al punto che le autorità turche hanno annunciato rappresaglie senza precedenti e già 50 caccia hanno ucciso almeno 40 miliziani al confine dell’Iraq.

“Dopo gli eventi che hanno avuto luogo il 6 settembre, sappiamo ormai che abbiamo dei martiri e che ce ne saranno altri. Ma la stiamo facendo pagare ai loro assassini, e continueremo a farlo”, ha dichiarato il presidente Recep Tayyip Erdogan, come riportato dal quotidiano Hürriyet.

L’uccisione dei 16 militari è avvenuta mentre questi viaggiavano su un convoglio militare finito in un’imboscata nella regione di Daglica, nei pressi della frontiera irachena e iraniana.

Il contesto è decisamente teso, le violenze, gli attentati curdi, gli arresti e le operazioni militari si succedono con quotidianità nel paese mediorientale. L’accordo di cessate-il-fuoco raggiunto nel 2013 nell’ambito delle discussioni di pace pare definitivamente saltato: era stato sottoscritto nella capitale Ankara per porre termine a un conflitto che persevera dagli Ottanta.

Ahmet Davutoglu, in qualità di primo ministro di transizione, ha affermato che “Il popolo della Turchia a preserva la sua unità di fronte agli attacchi terroristici, il cui obiettivo è di seminare la divisione tra il popolo e lo Stato”.

Hürriyet, invece, si affida a un editoriale per esprimere il suo pensiero: “La paura instaurata da una campagna di terrore spinge gli elettori a scegliere l’Akp per governare il paese. Ma gli elettori saranno realmente convinti che queste parti condurranno alla stabilità del paese?”; il quotidiano osserva che “Quello che il presidente Erdogan e il suo partito dovrebbero temere, non è la minaccia proliferata dal Pkk e dallo Stato islamico o il deterioramento dell’economia. Ciò che deve temere è la solidità dello spirito democratico della società turca. I risultati del prossimo scrutinio rischiano di essere simili a quelli del 7 giugno. Ciò significherà chiaramente che la nazione turca non vorrà essere governata da un partito unico, né essere agli ordini di un solo uomo”.

Il 7 giugno la clamorosa vittoria elettorale dei curdi dell’Hdp, che avendo superato lo sbarramento del 10% sono entrati in parlamento, si è tradotta con la sconfitta dell’Akp, partito di Davutoglu e di Erdogan, che avendo conseguito il 40,8% non ha ottenuto la maggioranza per governare.

Gli altri due partiti, il Partito repubblicano del Popolo (Cumhuriyet Halk Partisi, Chp, 25,1%) e il nazionalista Mhp (Milliyetçi Hareket Partisi, 16,4%), si sono rifiutati di entrare in maggioranza, fatto che ha portato alla crisi di governo e a nuove elezioni per il primo novembre.