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Il presidente turco Recep Tayyp Erdogan e quello russo Vladimir Putin si incontreranno a Mosca il prossimo 9 agosto, cioè a soli venti giorni dal tentato golpe in Turchia.

I rapporti fra i due paesi si sono distesi nonostante la crisi siriana continui a vederli su fronti contrapposti, dopo che la Turchia si è ufficialmente scusata per il Sukhoi 24 abbattuto il 24 novembre, fatto che aveva spinto Mosca a rendere note le prove dell’appoggio di Ankara ai jihadisti e ai gruppi ribelli in Siria.

D’altronde i contratti commerciali e aziendali sospesi a partire da quella data sono moltissimi ed interessano anche grandi opere, come la costruzione del Turkish Stream, che porterebbe il gas russo verso l’Europa centro-meridionale senza passare dall’Ucraina.

Oggi il numero due di Gazprom Aleksandr Medvedev ha confermato che vi è interesse a riprendere le trattative, e il vice primo ministro turco Mehmet Simsek ha confermato che “c’è un progresso, il ministro dell’energia Alexander Novak farà un annuncio più tardi”.

Prima di puntare sulla Turchia come snodo del gas, Mosca aveva tentato di costruire il South Stream, ma le trattative con i vari paesi dell’Unione Europea interessati dal tragitto erano naufragate su intervento di Bruxelles, anche per le tensioni dovute all’annessione della Crimea da parte della Russia e per la crisi del Donbass.

E’ tuttavia facile supporre che gli interessi di Putin vadano ben oltre il gas: il tentato golpe, vero o finto che sia stato, ha innescato attriti tra Ankara e Washington, una situazione che verrebbe a far comodo alla Russia, che potrebbe così mirare a prendere il posto della Nato nel paese mediorientale.

Oltre alle minacce di deterioramento dei rapporti per la mancata estradizione dell’imam Fethullah Gulen, ritenuto da Ankara essere una delle menti del tentato golpe, ieri la stampa turca filogovernativa ha parlato di una regia di Washington, con finanziamenti ai golpisti e l’incarico di organizzare il colpo di stato affidato al generale a riposo John F. Campbell.