Ucraina: Abu Dhabi: il tavolo riparte, ma la linea che non si muove

di Giuseppe Gagliano

Il calendario dice 4 e 5 febbraio, la sede dice Abu Dhabi, ma il punto vero resta sempre lo stesso: il territorio. Il primo giro di colloqui tra Ucraina e Russia, con sostegno statunitense, si è chiuso senza avanzamenti sulla questione che decide tutto. Mosca continua a chiedere a Kiev ulteriori cessioni nell’est devastato dalla guerra; Kiev continua a rifiutare. In mezzo, la diplomazia cerca una formula che non esiste: una tregua credibile senza spostare la frontiera, o uno spostamento della frontiera senza far saltare la politica interna ucraina.
L’annuncio di Volodymyr Zelensky arriva dentro un’altra incertezza, più immediata e più materiale: la sospensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche, dichiarata dal Cremlino come concessione temporanea e vissuta a Kiev come necessità vitale in pieno inverno. La guerra, in queste settimane, non è solo artiglieria e droni: è riscaldamento, elettricità, trasporti, logistica.
Da Mosca è arrivata la comunicazione di una pausa negli attacchi agli impianti energetici fino al primo febbraio, su richiesta di Donald Trump; Kiev ha detto che avrebbe ricambiato, ma ha anche sostenuto che la sospensione avrebbe dovuto durare fino al 6 febbraio. È un dettaglio che pesa: quando le date non coincidono, l’accordo è già fragile. Negli ultimi giorni non sono stati segnalati colpi pesanti contro i sistemi energetici, ma la calma è apparente e selettiva. Zelensky parla di pressione russa su infrastrutture ferroviarie e nodi logistici: se non puoi spegnere la luce, puoi comunque rallentare lo Stato.
Intanto, un attacco con drone contro un autobus che trasportava minatori ha fatto almeno dodici morti. È la forma più crudele di questa guerra: la politica discute “cornici”, la violenza continua a colpire corpi e lavoro.
L’inverno rende l’economia un fronte. La rete ucraina, già provata da mesi di bombardamenti, mostra la sua esposizione strutturale: guasti estesi, interruzioni, riparazioni in emergenza. A Kyiv centinaia di edifici sono rimasti senza riscaldamento; in precedenza migliaia di palazzi avevano subito tagli. Il freddo non è un contesto: è un moltiplicatore di instabilità, perché trasforma ogni disservizio in una crisi sociale.
Il dato più eloquente è quello delle importazioni elettriche record dichiarate per gennaio: mantenere in piedi il sistema significa comprare energia dall’esterno, quindi spendere valuta, quindi dipendere da linee e interconnessioni che possono essere a loro volta vulnerabili. Quando le temperature scendono sotto i venti gradi sotto zero, l’equilibrio tra domanda e offerta si spezza facilmente e il prezzo reale non è solo economico: è politico, perché l’opinione pubblica misura la guerra anche con la temperatura in casa.
La sospensione degli attacchi agli impianti energetici, se confermata, non significa attenuazione del conflitto: significa ricalibrazione. Colpire logistica e trasporti può ottenere effetti simili senza toccare direttamente le centrali: rallenti la mobilità, rompi i tempi, aumenti i costi, impedisci riparazioni rapide. È una strategia di logoramento che punta a far crescere l’attrito nel momento in cui il clima rende tutto più difficile.
Anche la risposta ucraina, con azioni dichiarate contro la rete elettrica in due città oltre il Dnipro, segnala un’altra realtà: la guerra dell’energia è diventata simmetrica nella logica, non nelle capacità. E quando la linea del fronte resta rigida, si tenta di incidere dietro la linea con droni e sabotaggi, perché è lì che si misura la resilienza.
Sul piano diplomatico, l’elemento nuovo è l’attivismo dell’inviato speciale statunitense Steve Witkoff, che ha definito “produttivi e costruttivi” i colloqui in Florida con il rappresentante del Cremlino Kirill Dmitriev. Ma l’ammissione più importante è un’altra: il destino del Donbass resta il punto cruciale. E se resta il punto cruciale, vuol dire che la mediazione può migliorare il clima, non sciogliere il nodo.
Qui entra la geoeconomia. Una pace “qualsiasi” non è solo un cessate il fuoco: è una ridefinizione di corridoi industriali, di porti, di investimenti, di accesso alle risorse, e perfino di assicurazioni e rischio Paese. Per questo la trattativa è lenta: ogni metro di territorio vale potere politico e vale valore economico futuro. Mosca chiede una sicurezza che diventi geografia; Kiev chiede una sopravvivenza che non diventi amputazione.
Mentre si prepara il tavolo di Abu Dhabi, l’Ucraina affronta l’ondata di gelo e la fragilità della rete, con interruzioni programmate e riparazioni in corsa. In questo scenario, la pace non è un ideale astratto: è la differenza tra un Paese che resta in funzione e un Paese che sopravvive a singhiozzo. Ma proprio perché la posta è così alta, la pace diventa più difficile: nessuno vuole firmare un accordo che somigli a una resa, e nessuno può permettersi una guerra che diventi normalità. La trattativa riparte. Il territorio resta fermo. E l’inverno, come sempre, non aspetta le diplomazie.