di Giuseppe Gagliano

Gli sherpa continuano a lavorare ad una soluzione del conflitto ucraino, mentre gli esponenti governativi torneranno ad incontrarsi ad Abu Dhabi nei prossimi giorni. Al momento i colloqui si sono chiusi senza un accordo, ma con l’impegno a rivedersi la prossima settimana. È già un risultato, perché in questa guerra la continuità del negoziato vale quasi quanto un testo firmato. Il punto infatti non è ciò che è stato “concluso”, ma ciò che è stato accettato: un metodo. Gli Emirati Arabi Uniti offrono il teatro neutrale e rassicurante, gli Stati Uniti la regia e il lessico della “fiducia”, Russia e Ucraina la sostanza dura, cioè le rispettive linee rosse.

Gli Usa provano a trasformare la pace in una sequenza tecnica: parametri, protocolli, formati, garanzie. È un modo per comprimere la politica dentro un processo e far diventare il tempo un alleato. Ma il tempo, in Ucraina, è anche ciò che i missili russi cercano di spezzare.

Mosca, per bocca del Cremlino, non arretra dalla richiesta di cessione integrale del Donbass e insiste sul pezzo di territorio di Donetsk ancora in mano ucraina. È la richiesta che rende tutto il resto secondario: finché il prezzo d’ingresso al negoziato è una rinuncia territoriale, Kiev può solo dire no. Non per romanticismo patriottico, ma per sopravvivenza politica. Zelensky ha escluso concessioni e i sondaggi indicano un’opinione pubblica refrattaria a scambi territoriali. In altre parole: anche volendo, sarebbe un salto nel vuoto.

Per Mosca il territorio è insieme obiettivo e prova: se la Russia ottiene ciò che chiede, certifica che la forza paga e che l’Ucraina è costretta a trattare alle condizioni del più forte. Per Kiev il territorio è la garanzia minima che la guerra non è stata combattuta invano.

Per il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, i colloqui sono comunque svolti «in uno spirito costruttivo», tuttavia “sarebbe errato aspettarsi risultati significativi dopo questi primi contatti”, anche perché “c’è ancora molto lavoro da fare”.

La delegazione statunitense parla di protocolli di sicurezza “molto rigorosi”, persino i più solidi mai visti. Ma la domanda decisiva è un’altra: chi li garantisce e con quali strumenti? Le garanzie, per funzionare, devono avere tre caratteristiche: credibilità, rapidità, automatismo. Credibilità significa capacità reale di intervenire; rapidità significa tempi incompatibili con una blitzkrieg di droni e artiglierie; automatismo significa che non si negozia ogni volta in un consiglio politico mentre i carri avanzano.

Se le garanzie restano dichiarazioni, sono carta. Se diventano impegni operativi, cambiano la postura europea e atlantica. E qui nasce la frizione: gli europei vogliono sicurezza, ma temono il costo; gli Stati Uniti vogliono una chiusura ordinata del dossier, ma senza farsi carico di un vincolo permanente.

Due dinamiche corrono in parallelo. La prima è negoziale: si costruisce un percorso che porti, forse, a un vertice tra Putin e Zelensky, con Trump come certificatore. La seconda è militare: la Russia continua a colpire Kiev e Kharkiv con ondate di droni e missili, cioè con la dimostrazione pratica che la guerra non si spegne perché esiste un tavolo.

Dal punto di vista operativo, l’intensificazione dei bombardamenti ha un obiettivo classico: erodere la resilienza, mettere pressione sulle difese, spingere l’Ucraina a negoziare “stanca”. Dal punto di vista politico, è un messaggio: non confondete il dialogo con la rinuncia. Per Kiev, invece, ogni attacco durante i colloqui è un argomento contro qualsiasi fiducia: se il fuoco continua mentre si parla, che cosa impedirà di riprenderlo dopo una firma?

Dietro la parola “pace” c’è un’economia gigantesca. Un cessate il fuoco stabile aprirebbe immediatamente la partita della ricostruzione, dei flussi di capitale e delle assicurazioni. Ma una pace fragile, senza garanzie credibili, produce l’effetto opposto: nessuno investe davvero, i costi di copertura schizzano, il Paese resta sospeso tra emergenza e ripartenza.

Per l’Europa, la posta è doppia. Da un lato, la stabilità energetica e industriale: meno rischio sulle infrastrutture e sulle rotte significa meno volatilità e più prevedibilità. Dall’altro, il bilancio: se le garanzie di sicurezza diventano impegni concreti, il costo si traduce in spesa militare, logistica, intelligence, difesa aerea, munizionamento. La pace, qui, non è gratis: cambia solo la voce contabile.

Abu Dhabi non è una scelta casuale. È il segnale di un mondo in cui la mediazione si sposta verso attori capaci di parlare con tutti, protetti da relazioni economiche e da una reputazione di neutralità funzionale. Gli Emirati si propongono come infrastruttura diplomatica: ospitano, facilitano, guadagnano influenza.

Gli Stati Uniti cercano un risultato che consenta di riorientare risorse e attenzione. La Russia mira a trasformare conquiste e pretese in una cornice riconosciuta. L’Ucraina tenta di evitare una pace che somigli a una tregua armata a vantaggio dell’avversario. L’Europa resta decisiva, ma spesso laterale: invoca garanzie, però non controlla la regia.

La conclusione provvisoria è questa: il negoziato non è vicino alla fine, ma vicino a una forma. La forma è il processo continuo, a tappe, che produce incontri e dichiarazioni e, forse, un vertice. La sostanza resta inchiodata al territorio e alle garanzie. Finché quei due nodi non vengono sciolti insieme, il tavolo reggerà solo a una condizione: che la guerra, sul terreno, non lo rovesci prima.