di Giuseppe Lai

L’esito dell’incontro in Alaska tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo statunitense Donald Trump si presta, come è ovvio, a svariate letture da diversi punti di osservazione. Dominano sui media i commenti ufficiali di Russia e Stati Uniti, protagonisti del vertice di Anchorage e naturalmente quelli dell’Ucraina, nel suo ruolo di grande assente più o meno giustificato.

Per la Federazione russa l’incontro è stato un indubbio successo. Innanzitutto per la normalizzazione dei rapporti fra Stati Uniti e Russia, grazie alla ripresa del dialogo dopo gli anni del muro contro muro iniziato con l’invasione della Crimea e proseguito durante la presidenza Biden. In secondo luogo per la legittimazione di Mosca come interlocutore, che riflette da un lato la condivisione da parte americana della “logica muscolare” che guida la politica putiniana, dall’altro la marginalizzazione di tutti gli attori minori, in primis l’Unione Europea. In entrambi i casi il punto di vista del Cremlino non marca differenze rispetto a quello americano, piuttosto fa intravedere una visione condivisa del mondo in cui la potenza sta sopra la norma e la vecchia logica del multilateralismo è sostituita dal dialogo diretto e non mediato fra un numero ridotto di grandi potenze.

Da parte statunitense l’esito del vertice era in parte prevedibile. Al netto delle dichiarazioni di Donald Trump sull’aereo presidenziale prima dell’incontro con Putin, in cui il presidente indicava nella fine della guerra in Ucraina lo scopo principale del summit, nei giorni precedenti l’entourage del tycoon parlava di “esercizio di ascolto” quale finalità preliminare del vertice. Questo al fine di ridimensionarne le aspettative e la portata, fatto che avrebbe poi dato un assist a Trump nel definire l’incontro “una giornata fantastica e di grande successo”. Per quanto riguarda l’Ucraina, il giudizio sull’esito del bilaterale non si è fatto attendere.

Il giornale ucraino Kyiv Independent ha definito l’incontro “disgustoso, vergognoso e inutile”, ricordando il trattamento con tutti gli onori riservato allo zar in contrasto con l’umiliazione riservata a Volodymyr Zelensky nel febbraio scorso alla Casa Bianca. Al tempo stesso il presidente ucraino ha fatto sapere che sarà ricevuto domani a Washington dall’omologo americano e di essere aperto alla possibilità di un incontro trilaterale con Stati Uniti e Russia. Sono probabilmente gli sviluppi più ottimistici di un vertice che non ha prodotto alcunché di significativo sul piano di un cessate-il-fuoco e di una pace sul lungo periodo, come del resto era nelle previsioni di molti analisti. “Non c’è alcun accordo finché non c’è un accordo” è la frase ormai divenuta celebre di Donald Trump nel fotografare le quasi 3 ore di vertice che, alla latitudine di Kiev, significa la prosecuzione del conflitto e del conseguente massacro del popolo russo e di quello ucraino.