di Giuseppe Gagliano –
Il segretario di Stato Usa Antony Blinken ha recentemente autorizzato l’Ucraina a colpire in profondità il territorio russo con missili a lungo raggio, un’iniziativa segna un punto di non ritorno nell’evoluzione del conflitto, allontanando ulteriormente le prospettive di un negoziato. Questa mossa evidenzia la volontà degli Stati Uniti di rafforzare la capacità offensiva di Kiev, anziché incentivare il dialogo.
Colpire il territorio russo infatti è percepito da Mosca come una minaccia esistenziale, alimentando la narrativa del Cremlino secondo cui l’occidente non sta solo aiutando l’Ucraina a difendersi, ma mira direttamente a indebolire la Russia.
Questo tipo di retorica riduce le possibilità di negoziazione, poiché entrambe le parti si sentono sempre più minacciate e meno inclini a compromessi. Parallelamente la strategia di Benjamin Netanyahu in Israele con le operazioni militari e gli attacchi preventivi contro i gruppi nemici, soprattutto a Gaza, segue una logica speculare: l’accento è sulla deterrenza militare e sulla pressione continua, allontanando soluzioni diplomatiche. Entrambi i contesti riflettono un approccio in cui la forza e l’azione militare sostituiscono il dialogo, consolidando le rispettive posizioni e allargando il solco tra le parti coinvolte, rendendo più difficile il raggiungimento di un accordo pacifico.
Per Blinken evidentemente non sussistono problemi ad una risposta simmetrica da parte dei russi, in quanto teatro del conflitto è l’Europa e non sono gli Stati Uniti. In compenso la continua fornitura di armi all’Ucraina permette alle aziende Usa di macinare soldi a non finire.




