Ucraina. Donbas, la linea rossa di Kiev

di Giuseppe Gagliano –

A due giorni dall’incontro tra Donald Trump e Vladimir Putin in Alaska, Volodymyr Zelensky ha chiarito una volta di più che il Donbas non è merce di scambio. Dietro le parole del presidente ucraino c’è una visione strategica netta: quel territorio non è soltanto un pezzo di Ucraina, ma un bastione militare e geopolitico.
Per Kiev rinunciare al Donbas significherebbe cedere al nemico alture, fortificazioni e infrastrutture logistiche già pronte per future offensive.
Zelensky sa che, nella logica russa, ogni “conquista” territoriale è solo un passo intermedio. La perdita di quei 9.000 km² – circa il 30% della regione di Donetsk – aprirebbe un corridoio diretto verso Zaporizhzhia, Dnipro e Kharkiv, destabilizzando l’intero fronte orientale.
Trump, intenzionato a chiudere rapidamente la partita ucraina, vede nello scambio di territori una soluzione pragmatica. L’obiettivo è duplice: rivendicare una vittoria diplomatica e sbloccare nuovi canali di cooperazione economica con Mosca.
Ma la pace ottenuta sacrificando territori non risolve la radice del problema: l’espansionismo russo come strumento di politica estera.
Varsavia e altre capitali europee ammoniscono: nessuno può costringere l’Ucraina a concessioni che profumano di capitolazione. Per Donald Tusk, accettare lo scambio significherebbe minare l’inviolabilità delle frontiere, principio fondante della sicurezza europea.
Una resa parziale potrebbe anche rimescolare le carte interne all’UE, creando fratture tra chi privilegia la stabilità immediata e chi teme conseguenze a lungo termine.
Il Donbas non è solo una frontiera: è uno dei poli industriali più importanti dell’Ucraina, con miniere, acciaierie e infrastrutture energetiche. La sua perdita ridurrebbe drasticamente la base produttiva nazionale e la capacità fiscale dello Stato, aumentando la dipendenza di Kiev dagli aiuti esterni.
Sul piano geoeconomico, una tale amputazione ridurrebbe l’attrattiva dell’Ucraina come partner commerciale e come mercato per investitori occidentali.
Zelensky teme che una “pace apparente” trasformi il Donbas in una nuova Crimea: territorio sottratto, militarizzato, usato come piattaforma per ulteriori attacchi. La storia recente – dalla Georgia alla stessa Ucraina – mostra come Mosca non concepisca mai le conquiste territoriali come punti d’arrivo.
Il 15 agosto non sarà solo un incontro bilaterale: sarà un test per la solidità del fronte occidentale. Se Trump e Putin dovessero trovare un’intesa che esclude Kiev, l’Ucraina e i suoi alleati rischierebbero di trovarsi di fronte a una nuova architettura di sicurezza europea scritta sopra le loro teste.
Zelensky sa che cedere il Donbas sarebbe il primo atto di una nuova fase del conflitto, non l’epilogo. Per questo insiste su garanzie di sicurezza reali, sulla centralità dell’Ucraina ai tavoli negoziali e su una pace che non diventi il preludio della prossima guerra. In gioco non c’è solo il destino di una regione, ma l’intera credibilità dell’ordine europeo post-1991.