di Giuseppe Gagliano –
Le parole del sottosegretario alla Difesa USA, Elbridge Colby, pronunciate a porte chiuse il 19 agosto, hanno il peso di una svolta strategica: Washington non intende assumersi il ruolo principale nelle garanzie di sicurezza postbelliche per Kiev. Toccherà all’Europa caricarsi l’onere politico, militare ed economico di una pace fragile, con gli Stati Uniti ridotti a un sostegno limitato.
La linea espressa da Colby, e avallata dal presidente Donald Trump e dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, non è un incidente di percorso, ma la conferma di una visione: gli europei devono difendere il loro continente, e smettere di contare sull’ombrello americano. A Bruxelles e nelle capitali occidentali cresce il timore che l’alleanza atlantica stia entrando in una fase in cui la potenza guida storica si tira indietro, scaricando sugli alleati il costo della sicurezza.
I vertici della difesa di Regno Unito, Francia, Germania e Finlandia hanno chiesto agli USA chiarimenti sulle forze disponibili in uno scenario di pace vigilata. Le risposte sono state evasive: al massimo un supporto aereo, non truppe sul terreno. È un messaggio che ridimensiona l’impegno americano e mette in discussione la capacità della NATO di garantire una presenza credibile in Ucraina. Alcuni funzionari parlano già di “coalizione dei volenterosi”, un modello fluido che rischia di esporre l’Europa a nuove fratture interne.
Il vicepresidente JD Vance ha ribadito con chiarezza che “la parte del leone” dei costi dovrà ricadere sui Paesi europei. Questo significa miliardi da destinare al peacekeeping, alla ricostruzione e all’acquisto di armi americane per Kiev. In altre parole, Washington non si oppone a che l’Europa spenda: al contrario, punta a trasformare la crisi in una leva per rafforzare l’industria bellica statunitense, senza sobbarcarsi i rischi politici e militari di un coinvolgimento diretto.
La posizione americana apre una contraddizione. Da un lato, Trump insiste per un processo di pace rapido, proponendo addirittura Budapest come sede di un possibile incontro tra Zelensky e Putin. Dall’altro, riduce l’impegno degli Stati Uniti proprio nel momento in cui le trattative richiederebbero garanzie solide. L’Europa, costretta a colmare il vuoto, rischia di trovarsi senza strumenti né consenso interno per affrontare una missione di lungo periodo in Ucraina.
Questo nuovo equilibrio ridisegna la geografia della sicurezza europea. Gli Stati Uniti, da sempre colonna portante della NATO, si riservano un ruolo defilato, mentre il continente è chiamato a una prova di maturità geopolitica che non ha mai sostenuto. Se l’Europa accetterà la sfida, potrebbe emergere come attore strategico autonomo; se fallirà, si ritroverà logorata dai costi, divisa al suo interno e vulnerabile di fronte a Mosca.
La scelta di Washington non è un ritiro totale, ma un calcolo politico: ridurre il peso diretto, aumentare il ritorno economico e lasciare agli europei il compito di sporcarsi le mani. È la conferma che la guerra in Ucraina non è solo uno scontro armato, ma il banco di prova della ridefinizione dell’ordine occidentale.












