di Giuseppe Gagliano

I Paesi Bassi hanno annunciato un pacchetto di aiuti militari da 500 milioni di euro all’Ucraina. Fin qui, nulla di nuovo nel quadro del sostegno europeo a Kiev. Ma questa volta la svolta è sostanziale: l’Aia finanzierà direttamente armamenti statunitensi, in particolare componenti e missili del sistema di difesa aerea Patriot. Si tratta della prima volta che un membro della NATO compra armi USA non per sé, ma per consegnarle a un Paese terzo in guerra. Un atto simbolico, ma anche operativo e politico, che ridefinisce il perimetro della partecipazione europea alla guerra russo-ucraina.

Secondo il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, si tratta di un passo “storico” e “salvavita”. Ma è anche il segno di un’accelerazione nel coinvolgimento europeo: l’Olanda apre la strada ad altri Stati membri dell’Alleanza Atlantica, che ora potranno seguire l’esempio sotto l’ombrello giuridico della “assistenza bilaterale” e aggirare formalmente i limiti imposti da trattati o parlamenti.

Il Patriot è uno dei pilastri della difesa aerea a strati sviluppata da Kiev per contrastare i continui attacchi missilistici e con droni provenienti da Mosca. Un sistema sofisticato, costoso e di produzione esclusivamente americana, che segna anche un punto importante dal punto di vista geoeconomico: la NATO europea non rafforza l’industria continentale, ma continua a investire nella filiera bellica statunitense, consolidando la posizione dominante del Pentagono e delle sue industrie anche nei conflitti “per procura”.

Il ministro della Difesa olandese, Ruben Brekelmans, ha parlato chiaramente: “L’Ucraina ha bisogno ora di più difesa aerea”. Ma al tempo stesso ha chiarito la cornice strategica: “difendere l’Ucraina significa difendere l’Europa”. In questa logica, Kiev non è più solo una nazione aggredita, ma il fronte avanzato del sistema euro-atlantico, e dunque ogni investimento nella sua difesa viene legittimato come un investimento nella sicurezza collettiva della NATO.

Il nuovo pacchetto di aiuti arriva in un momento strategicamente delicato. Mentre Mosca aumenta la pressione con raid missilistici e incursioni su infrastrutture civili, Kiev risponde intensificando la guerra asimmetrica: l’attacco con droni alla base aerea russa di Saky, in Crimea, ha colpito cinque caccia, tra cui Su-30SM e Su-24, e danneggiato un deposito di armi. Operazioni condotte con i mezzi del Servizio di Sicurezza ucraino (SBU), che rappresentano un salto di qualità nelle capacità offensive ucraine dietro le linee nemiche.

L’interesse è doppio. Da un lato, si riduce la capacità aerea russa di colpire obiettivi civili. Dall’altro, si colpisce direttamente l’infrastruttura militare che consente a Mosca di controllare il Mar Nero. Un’area dove l’Ucraina ha già inflitto duri colpi, distruggendo o danneggiando navi come la Caesar Kunikov o la Ivanovets, costringendo Mosca a spostare parte della sua flotta navale più a est.

Dietro questa escalation si cela un’altra partita: quale ruolo avrà l’Europa nella NATO post-Trump? Se da un lato l’Olanda assume un ruolo da apripista, dall’altro questa iniziativa conferma il crescente allineamento agli interessi militari e industriali statunitensi. I vertici NATO, sempre più incentrati sulla “cooperazione industriale transatlantica”, spingono gli europei a dotarsi di arsenali compatibili con quelli americani. Ma così facendo, si continua a dipendere dalla logistica, dai brevetti e dai pezzi di ricambio USA, indebolendo l’autonomia strategica del continente.

In questo contesto, il finanziamento olandese non è solo un gesto di solidarietà. È anche un investimento politico per restare nel cerchio ristretto dei Paesi affidabili per Washington, soprattutto mentre si avvicinano nuove presidenziali USA e l’ipotesi di un secondo mandato Trump riapre scenari incerti sulla tenuta dell’Alleanza.

L’efficacia di sistemi come il Patriot è fuori discussione dal punto di vista tecnico. Ma sul lungo periodo, la sostenibilità economica del supporto militare a Kiev resta una questione aperta. I 500 milioni stanziati dall’Olanda sono una cifra rilevante per un Paese di medie dimensioni, e rappresentano un costo diretto a bilancio, senza ritorni industriali interni. Un lusso che solo una parte dei membri NATO potrà permettersi, mentre altri, già sotto pressione per inflazione ed energia, restano prudenti.

Sullo sfondo, c’è una guerra destinata a durare: l’operazione “Spiderweb” di giugno, con 41 aerei danneggiati in territorio russo, e l’intensificazione degli attacchi a profondità strategica mostrano che né Mosca né Kiev intendono cedere, e che la stabilizzazione del fronte militare passa sempre più per l’escalation tecnologica.