di Riccardo Renzi

A oltre tre anni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, la guerra entra in una nuova fase, segnata da mutamenti sul campo e da imminenti sviluppi diplomatici. Mentre la Russia consolida i propri successi tattici lungo il fronte del Donetsk, con una penetrazione significativa a nord di Pokrovsk, gli Stati Uniti annunciano uno storico incontro bilaterale tra Donald Trump e Vladimir Putin previsto per il 15 agosto in Alaska. Questo articolo analizza i presupposti strategici dell’attuale offensiva russa, la crisi strutturale del sistema militare ucraino, le implicazioni politiche del vertice USA-Russia e le possibili linee di una tregua, che potrebbe ridefinire l’assetto geopolitico dell’Europa orientale. L’Unione Europea appare sempre più marginalizzata, mentre l’Ucraina, afflitta da perdite e isolamento, si trova sull’orlo di una ridefinizione forzata della propria sovranità territoriale.

Dall’estate 2023, dopo il fallimento della controffensiva ucraina nel settore meridionale, Mosca ha adottato una strategia definita di pressione distribuita: un approccio non fondato sulla conquista rapida di ampi territori, ma su una progressiva erosione del fronte nemico attraverso pressione simultanea e diffusa su più assi. L’obiettivo? Fiaccare l’Ucraina, obbligarla a diluire le proprie riserve e, infine, provocare cedimenti locali.

Non si tratta dunque di una guerra lampo, ma di un conflitto di logoramento, favorito da due elementi-chiave: una superiorità industriale e produttiva russa; un netto vantaggio numerico in termini di risorse umane e capacità di rotazione delle truppe.

Questa strategia ha dato i suoi frutti con la recente penetrazione russa nella regione di Donetsk, a nord di Pokrovsk. Secondo fonti indipendenti e confermate anche da Kiev, le forze russe avrebbero sfondato il fronte presso Dobropillia, avanzando di circa 16 chilometri in poche ore. Un successo tattico importante che interrompe le linee logistiche verso Kramatorsk e accende l’allarme anche a Slovyansk e Kostiantynivka.

L’attacco a Kramatorsk non è solo un’operazione militare: è una mossa altamente simbolica e strategica. Kramatorsk, assieme a Slovyansk, rappresenta uno dei baluardi ucraini rimasti nella regione di Donetsk, nonché un nodo logistico e identitario, teatro di scontri già nel 2014. La sua caduta, o anche solo l’accerchiamento, costituirebbe un colpo durissimo per la narrativa e la capacità operativa di Kiev.

Con la linea del fronte in movimento e la popolazione civile in fuga da città come Dobropillia e Kostiantynivka, il rischio di un collasso locale diventa concreto. Non è un caso che questa accelerazione russa avvenga alla vigilia del vertice tra Trump e Putin, previsto il 15 agosto in Alaska: il Cremlino mira a sedersi al tavolo in posizione di forza, con nuovi successi da esibire.

L’incontro Trump-Putin, programmato con pochissimo preavviso, promette di essere uno spartiacque. Si tratta del primo colloquio diretto tra i due leader dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca. Il messaggio che arriva da Washington è chiaro: l’era degli assegni in bianco per l’Ucraina è finita. Il vicepresidente USA, J.D. Vance, ha dichiarato che l’accordo “scontenterà sia Mosca che Kiev”. Una frase chiave che preannuncia uno scenario negoziale di compromesso, in cui: la Russia potrebbe consolidare i territori già occupati in Donbass e Ucraina meridionale; l’Ucraina riceverebbe garanzie formali, ma non il recupero integrale del suo territorio; l’UE potrebbe ottenere in cambio un vago avvicinamento di Kiev all’Unione, magari come “consolazione politica”.

Zelensky, dal canto suo, ha reagito con veemenza, ribadendo che “l’Ucraina non cederà territori”. Tuttavia, è evidente che la sua centralità nel processo negoziale si sta sgretolando: Vance ha annunciato che verrà “informato” degli sviluppi, non coinvolto. È l’indizio più forte che il negoziato non lo riguarderà direttamente.

In ambienti diplomatici e militari si susseguono indiscrezioni su una possibile mappa dello scambio:

– La Russia conserverebbe la Crimea, l’intero Donbass e i territori costieri occupati (esclusi i capoluoghi Kherson e Zaporizhzhia);

– Potrebbe rinunciare alle pretese su alcune aree occupate nel nord-est, come Kharkiv o Sumy, nonostante le attuali operazioni militari in corso (es. assedio a Kupyansk);

– In cambio, Kiev sarebbe costretta a rinunciare formalmente alla NATO, ma ammessa in un’UE depotenziata, trasformata di fatto in garante economico-finanziario della ricostruzione ucraina.

Mosca, da parte sua, non sembra più puntare al riconoscimento formale della Crimea, ma alla sua sicurezza strategica: approvvigionamento idrico, collegamenti terrestri alternativi al ponte di Kerch, continuità infrastrutturale attraverso i “nuovi territori”.

Putin non può permettersi di restituire questi asset senza un controvalore politico e territoriale concreto, soprattutto dopo anni di investimenti miliardari.

Mentre Stati Uniti e Russia riscrivono i confini dell’Europa orientale, l’Unione Europea resta ai margini. La sua diplomazia si è limitata a tentare disperatamente di ottenere un invito al vertice in Alaska, o almeno a garantirsi un posto per Zelensky. Entrambe le richieste sono state ignorate o respinte.

Il vero problema dell’UE, tuttavia, è la mancanza di strumenti strategici: senza un esercito comune, senza un ruolo nella deterrenza nucleare, e senza una politica estera autonoma, Bruxelles resta dipendente dagli Stati Uniti, anche per i negoziati di pace.

Sarà probabilmente proprio l’UE a farsi carico del peso economico e politico di un’Ucraina mutilata, gravata da una devastante ricostruzione, da milioni di sfollati e da un sistema politico e amministrativo da rifondare.

In questo scenario complesso, chi sono i vincitori e chi i vinti?

– La Russia non ottiene una vittoria schiacciante, ma raggiunge obiettivi strategici minimi vitali: Crimea messa in sicurezza, Donbass più vicino alla piena integrazione, un’Ucraina ridimensionata;

– Gli Stati Uniti, pur mantenendo una facciata di imparzialità, riescono a chiudere un fronte costoso, evitare l’escalation e incassare dividendi politici interni (e anche economici, grazie alla spinta agli armamenti);

– L’Ucraina, al netto della retorica, ha già perso sul terreno e ora rischia di perdere anche diplomaticamente;

– L’Unione Europea, infine, esce sconfitta su tutta la linea, esclusa dai negoziati, marginalizzata dalle decisioni chiave e costretta ad assumersi gli oneri del post-conflitto.

Il conflitto russo-ucraino, giunto al giorno 1.266, non è più solo una guerra convenzionale. È diventato una trattativa geopolitica travestita da guerra, con sullo sfondo una ridefinizione degli assetti post-bipolari.

L’avanzata russa nel Donbass, l’annuncio del vertice in Alaska, il coinvolgimento esclusivo degli USA e l’irrilevanza europea rappresentano l’embrione di un nuovo status quo: una pace armata, una nuova “cortina” lungo il Dnipro, una Ucraina non più ponte tra Est e Ovest, ma frontiera esterna dell’Unione.

I negoziati non saranno facili, né brevi. Ma l’aria di fine guerra è ormai tangibile. E a scriverne i termini saranno due soli attori: Mosca e Washington.