di Giuseppe Gagliano –
La rivelazione del Wall Street Journal sul blocco imposto dal Pentagono all’uso degli ATACMS da parte ucraina per colpire obiettivi all’interno della Russia è un segnale forte. Washington non vuole che il conflitto varchi una soglia di rischio che trasformerebbe la guerra in Ucraina in una guerra diretta tra Stati Uniti e Russia. È un messaggio chiaro a Kiev: la solidarietà occidentale ha limiti invalicabili.
Il presidente ucraino prova a mostrarsi indipendente, rivendicando l’uso di armi a lungo raggio di produzione nazionale per colpire raffinerie e impianti energetici russi. Ma la realtà è che la difesa di Kiev continua a poggiare sugli aiuti occidentali. La scelta americana di trattenere l’autorizzazione sull’impiego di armamenti sofisticati ricorda a Zelensky quanto fragile sia l’equilibrio: senza il supporto degli alleati, la capacità ucraina di sostenere la guerra si ridurrebbe drasticamente.
Il presidente Trump, dopo i vertici con Putin e Zelensky, non nasconde l’irritazione. L’impasse diplomatica lo spinge a minacciare nuove sanzioni o dazi contro Mosca, ma anche a evocare un disimpegno: “È la vostra battaglia”, ha detto. Parole che rivelano il logoramento di Washington e la crescente difficoltà nel tenere unita la coalizione occidentale. L’Europa stessa, sempre più divisa sul costo economico e politico della guerra, non appare in grado di offrire una mediazione autonoma.
Sul campo, Mosca continua la sua lenta avanzata nel Donbass, conquistando villaggi e consolidando le linee. Kiev risponde con contrattacchi limitati, ma la linea del fronte resta sostanzialmente congelata. Questa guerra di logoramento favorisce la Russia, che dispone di più risorse umane e industriali, mentre l’Ucraina dipende da flussi di aiuti che potrebbero ridursi.
Il conflitto ha già trasformato il mercato energetico europeo. I raid ucraini su raffinerie e impianti russi mirano a colpire la capacità di Mosca di finanziare la guerra attraverso l’export di petrolio e gas. Ma l’impatto è limitato, perché il Cremlino ha ormai riconvertito gran parte delle sue forniture verso Asia e Medio Oriente. Al contrario, l’Europa paga il prezzo più alto, costretta a sostenere costi energetici e militari sempre più gravosi. In questo contesto, la minaccia di Trump di imporre dazi o sanzioni aggiunge ulteriori incertezze alle economie occidentali, già esposte alla volatilità dei mercati.
Il controllo politico esercitato dal Pentagono sull’uso delle armi dimostra che la guerra resta nelle mani delle grandi potenze, non di Kiev. Gli Stati Uniti vogliono contenere il conflitto senza che degeneri in uno scontro nucleare. La Russia, dal canto suo, mostra una strategia paziente: avanzare lentamente, consumare l’avversario e sfruttare le divisioni interne all’Occidente. L’Ucraina, invece, deve fare i conti con la crescente difficoltà di sostenere il fronte interno, tra perdite umane, infrastrutture distrutte e pressioni sociali.
La decisione del Pentagono non è solo tattica, ma strategica: impedire a Kiev di trascinare l’Occidente in un’escalation incontrollabile. È anche un monito: l’Ucraina non può illudersi di condurre questa guerra in autonomia. Nel frattempo, Mosca consolida le sue posizioni e attende che la stanchezza occidentale faccia il resto. Il conflitto appare sempre più come una guerra di resistenza per Kiev e una guerra di logoramento per Mosca, con l’Europa e gli Stati Uniti divisi tra sostegno e fatica.



