
di Giuseppe Gagliano –
L’idea di un piano di pace elaborato dall’amministrazione Trump insieme alla Russia, senza coinvolgere l’Ucraina, racconta molto più della proposta in sé: rivela il modo in cui Washington immagina il futuro dell’Europa orientale e il ruolo che Kiev dovrebbe ricoprire in un mondo dove gli equilibri non sono più quelli del 2022. Il progetto, una bozza di ventotto punti costruita in quattro capitoli, parte da un presupposto chiaro: la guerra non si chiude con una vittoria ucraina, ma con una grande ristrutturazione del territorio, delle capacità militari e delle relazioni internazionali dell’Ucraina. In altre parole, un ridimensionamento profondo della sua sovranità.
Il nodo centrale della proposta è la cessione del Donbass alla Russia, con il riconoscimento de facto del controllo su Luhansk e Donetsk. Non importa che Kiev mantenga ancora una piccola porzione del territorio o che la comunità internazionale abbia sempre definito illegali le annessioni: nel piano, queste regioni diventerebbero parte della Federazione Russa con il beneplacito degli Stati Uniti. La Crimea, già annessa nel 2014, verrebbe definitivamente accettata come russa. All’Ucraina non si chiede di riconoscerlo ufficialmente, ma il risultato non cambia: ciò che era stato conquistato con la forza diventerebbe acquisito in un accordo diplomatico.
Il resto del Paese verrebbe ridisegnato intorno a una serie di limitazioni radicali. L’esercito ucraino sarebbe ridotto a una forza inferiore a quella attuale, con il divieto di utilizzare alcune categorie di armamenti a lungo raggio. Le truppe straniere verrebbero bandite dal territorio ucraino, una condizione che neutralizzerebbe sul nascere qualsiasi garanzia europea e renderebbe impossibile la presenza di missioni di rassicurazione come quelle ipotizzate da Francia e Regno Unito. In pratica, un’Ucraina smilitarizzata, senza appoggi, senza profondità strategica.
Il piano prevede anche che gli Stati Uniti ritirino l’assistenza militare, definita da funzionari ucraini come vitale per la sopravvivenza del Paese. Una mossa che, unita al congelamento delle linee di controllo a Kherson e Zaporizhia, consegnerebbe a Mosca un vantaggio strutturale, trasformando l’intera linea del fronte in un confine instabile che potrebbe essere riattivato a piacimento. Non è un caso che gli analisti ucraini descrivano la proposta come una premessa per una futura invasione: una pausa per riorganizzarsi, non una pace.
Sul terreno la situazione continua a deteriorarsi. A Siversk, le forze russe hanno sfondato da sud e controllano una parte crescente della città. L’avanzata su Pokrovsk, ex città mineraria divenuta baluardo della difesa ucraina, aggiunge un altro segnale: l’Ucraina non ha più la capacità di fermare l’offensiva e dipende quasi esclusivamente dal sistema di droni d’attacco per rallentare l’assalto. Gli attacchi missilistici russi, come quello su Ternopil che ha ucciso venticinque civili, dimostrano che il conflitto ha superato da tempo la fase delle linee statiche. La guerra è tornata totale, profonda, indiscriminata.
In questo scenario, la posizione politica di Kiev è indebolita anche da scandali interni. La corruzione, tornata a minacciare la leadership del presidente Zelensky, alimenta il sospetto – soprattutto tra i partner occidentali – che continuare a sostenere l’Ucraina comporti un costo politico crescente. Mosca lo sa e sfrutta il momento: ogni passo avanti sul fronte aumenta la pressione negoziale e rende più verosimile l’idea che l’Ucraina debba cedere per fermare la guerra.
L’amministrazione Trump, da parte sua, tenta di riattivare i negoziati dopo mesi di stallo, mandando emissari come Steve Witkoff a discutere con Kirill Dmitriev. Ma il fatto che tutto questo avvenga senza chiedere contributi a Kiev è già una dichiarazione politica: la soluzione non passa più attraverso l’Ucraina, ma sopra la sua testa. L’unica voce estera chiaramente favorevole al piano è quella dell’Ungheria, che conferma il proprio ruolo di ponte tra Trump e Putin.
Il quadro finale è quello di una pace che non nasce per portare stabilità, ma per congelare il conflitto in condizioni favorevoli alla Russia e tollerabili per gli Stati Uniti. Una pace che somiglia più a un armistizio imposto che a un compromesso negoziale. Il messaggio implicito è che l’Ucraina non può più permettersi il lusso di definire i propri obiettivi: deve adattarsi ai limiti che le grandi potenze decidono per lei.
È il ritorno della storia, nel senso più duro del termine. Quando le guerre non finiscono con una vittoria, finiscono con un equilibrio. E quando l’equilibrio è disegnato senza una delle parti, non è pace: è un nuovo inizio, con altri confini e con la promessa, neanche troppo implicita, che il conflitto potrebbe tornare.











