Ucraina. Lavrov, Rubio e la guerra che nessuno vuole davvero chiudere

di Giuseppe Gagliano –

Sergej Lavrov dice di essere pronto a incontrare Marco Rubio, ma mette subito i paletti: le condizioni fondamentali della Russia sulla guerra in Ucraina non cambiano. Dietro la formula diplomatica si intravede un messaggio politico molto chiaro: Mosca è disponibile a parlare, ma non a rimettere in discussione ciò che considera irreversibile, cioè l’annessione dei territori occupati e la propria sfera di influenza.
Lavrov richiama gli “accordi di Anchorage”, il vertice di agosto in Alaska tra Putin e Trump, come base di partenza. Per il Cremlino quel pacchetto non è un semplice esperimento fallito, ma il modello di una futura intesa: neutralità di Kiev, blocco dell’ingresso nella alleanza atlantica, riconoscimento di fatto del controllo russo su Crimea, Donbass, Kherson e Zaporizhia. In sostanza, la tregua in cambio della rinuncia dell’Ucraina alle proprie ambizioni euroatlantiche e a una parte consistente del suo territorio.
Mosca insiste sull’idea che nessuno, neppure Washington, metta più in discussione “l’integrità territoriale” della Federazione, includendo in questa formula Crimea, Donbass e la cosiddetta Nuova Russia, la fascia sud orientale dell’Ucraina che l’impero zarista incorporò tra Settecento e Ottocento. Il messaggio è rivolto non solo agli Stati Uniti ma soprattutto agli europei: la Russia considera ormai quei territori come parte del proprio spazio nazionale e pretende che il negoziato parta da questa realtà.
Sul terreno, dopo quasi quattro anni di guerra, il quadro militare le offre qualche argomento: Mosca controlla circa un quinto dell’Ucraina e continua ad avanzare, sia pure lentamente, verso centri come Pokrovsk. Le zone di combattimento si spostano, ma la logica resta la stessa: consumare le risorse ucraine, logorare la volontà occidentale, trasformare la guerra di posizione in una guerra di stanchezza.
Dall’altra parte, gli Stati Uniti di Donald Trump oscillano fra la promessa di “chiudere la guerra” e la pratica di una gestione a bassa intensità del conflitto. Il vertice di Budapest annullato all’ultimo momento, i contatti indiretti, le fughe di notizie sugli emissari incaricati di sondare il Cremlino, rivelano una linea indecisa: cercare un accordo che consenta a Washington di presentarsi come arbitro, senza apparire come chi sacrifica l’Ucraina sul tavolo del compromesso con Mosca.
La figura di Rubio, segretario di Stato privo dell’aura dei grandi negoziatori del passato, incarna bene questa fase: il dialogo con Lavrov serve a tenere aperto il canale, a testare le reali intenzioni russe, ma non si traduce ancora in una strategia chiara. Washington sa che un’intesa che congeli le linee attuali farebbe risparmiare sangue e denaro, ma sa anche che significherebbe riconoscere alla Russia un premio territoriale difficile da far digerire agli alleati europei e all’opinione pubblica occidentale.
L’offensiva russa verso Pokrovsk, i bombardamenti contro centrali elettriche e sottostazioni che alimentano impianti nucleari, la pressione costante su città come Dnipro, Kharkiv e Zaporizhia non sono solo mosse militari: sono strumenti di pressione negoziale. Colpire la rete energetica ucraina significa mettere in ginocchio l’economia, spingere milioni di persone in condizioni di vulnerabilità, aumentare il costo della ricostruzione futura che ricadrà inevitabilmente anche sull’Unione Europea.
Dall’altro lato, i continui attacchi ucraini contro obiettivi civili e infrastrutture energetiche in Russia, denunciati da Mosca, sono la risposta speculare: Kiev mostra di poter colpire in profondità il territorio nemico per rimanere un attore che non può essere ignorato. È una dinamica pericolosa: più il conflitto si avvicina al cuore industriale dei due Paesi, più aumenta il rischio di incidenti incontrollabili e di un’escalation che travolga i margini del negoziato.
Sul piano economico, la guerra in Ucraina è già diventata un laboratorio di redistribuzione delle catene del valore. La Russia ha riorientato le proprie esportazioni energetiche verso Asia e Paesi emergenti, costruendo nuovi circuiti di pagamento e di cooperazione tecnologica. L’Ucraina, al contrario, vive di sostegni esterni, debiti e aiuti militari, e vede messo in discussione il proprio futuro industriale e agricolo.
L’Europa paga la bolletta più alta: ha dovuto ricostruire in pochi anni il proprio approvvigionamento energetico, rinforzare la difesa, sostenere Kiev con aiuti finanziari e armamenti. Ogni mese in più di guerra significa nuove risorse da impegnare per contenere l’impatto su inflazione, produzione e consenso politico. Eppure, le capitali europee continuano a ripetere che non accetteranno mai il riconoscimento formale delle annessioni russe, bloccando di fatto qualsiasi compromesso stabile. È il paradosso di una geoeconomia che chiede tregua e di una politica che continua a parlare il linguaggio del “mai”.
Al centro resta la questione che nessuno vuole affrontare apertamente: come disegnare un ordine di sicurezza europeo che tenga conto delle ambizioni russe senza sacrificare la sovranità ucraina. Mosca pretende una fascia di sicurezza a Est, un’Ucraina neutrale e disarmata sul modello delle grandi potenze del passato. Kiev, sostenuta dalle potenze occidentali, rivendica il diritto a scegliere le proprie alleanze e a difendere l’integrità del proprio territorio.
Lavrov, proponendosi per un incontro con Rubio, manda un messaggio doppio: la Russia non ha fretta, ma non ha neppure intenzione di tornare allo status quo precedente al 2022. Washington, dal canto suo, capisce che la guerra non può essere infinita, ma teme il costo politico di una pace percepita come una concessione a Putin. In mezzo, l’Europa, che vede consumarsi sul proprio confine una guerra che ne ridisegna la geografia della sicurezza e dell’energia, senza avere ancora la forza di proporre una propria soluzione autonoma.
La disponibilità di Lavrov a incontrare Rubio non è il preludio alla pace, ma l’ennesimo capitolo di una guerra che si combatte con l’artiglieria e con le formule giuridiche, con i droni e con i comunicati. Finché la linea del fronte resterà il vero tavolo negoziale, ogni avanzata, ogni bombardamento, ogni attacco alle infrastrutture energetiche sarà parte di una lunga trattativa in cui il fattore decisivo non è la forza morale degli argomenti, ma la capacità di resistere più a lungo alla fatica, ai costi economici e all’erosione del consenso interno.