di Guido Keller –
La recente visita dell’inviato Usa per la crisi siriana, Steve Wikoff, ma anche il breve incontro in San Pietro tra il presidente Donald Trump e il collega ucraino Volodymyr Zelensky, sembrerebbero aver finalmente impostato la possibilità di un dialogo fra le parti coinvolte nel conflitto. Per fermare la guerra Trump, che non ha potuto trattare la Russia come un paese vassallo, ha dovuto promettere concessioni che vanno dal riconoscimento della Crimea come parte integrante del territorio russo (de jure), all’eliminazione delle sanzioni, alla considerazione dei territori del Donbass occupati dalle forze russe come ucraini ma controllati de facto dalla Russia. Questa avrebbe accettato di non includere la città di Kherson, ed anche la centrale nucleare di Zhaporizhia tornerebbe all’Ucraina per quanto gestita dagli Usa.
Al di là delle voci grosse e dei comprensibili rifiuti di Kiev, la posizione di Zelensky sarebbe ormai quella di essere obbligato ad accettare un compromesso, specie dopo il fallimento dell’operazione Kursk e la caduta oggi di Kamenka, preambolo di una prossima offensiva su Kharkiv.
Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha affermato oggi che “Mosca resta aperta ai negoziati sull’Ucraina, ma Kiev non ha ancora dimostrato la sua capacità di negoziare”, e anche il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov ha detto alla Tass che “Mosca attende un segnale da Kiev per riprendere i colloqui diretti”.




