di Giuseppe Gagliano –
A pochi giorni dall’atteso incontro in Alaska tra Donald Trump e Vladimir Putin, l’Europa ha deciso di mostrarsi unita attorno all’Ucraina, blindando la posizione di Kiev e alzando l’asticella delle condizioni per qualsiasi ipotesi di pace. La dichiarazione congiunta firmata dai principali leader del continente non è soltanto un atto politico: è una mossa preventiva per condizionare i negoziati e segnalare a Washington che l’Europa non accetterà soluzioni calate dall’alto, tantomeno uno scambio di territori.
Il testo sottolinea tre punti chiave: il rispetto della sovranità ucraina, la partecipazione diretta di Kiev a qualsiasi trattativa e il mantenimento delle sanzioni contro la Russia fino a cessazione completa delle ostilità. L’idea, emersa dopo le parole di Trump sul possibile “scambio di territori” come base di un cessate il fuoco, è quella di impedire che Mosca ottenga guadagni permanenti dall’aggressione. Per questo, l’attuale linea del fronte è vista solo come punto di partenza, non come nuovo confine.
Dal punto di vista strategico, questa posizione blocca l’ipotesi, ventilata da Bloomberg, di un accordo che congelerebbe la guerra lasciando alla Russia il Donbass e consolidando le conquiste a scapito di Kherson e Zaporizhzhia. In termini geopolitici, significherebbe riaffermare il principio che i confini non possono essere cambiati con la forza, principio già messo a dura prova dall’annessione della Crimea nel 2014.
L’Europa non si limita alla diplomazia. La dichiarazione ribadisce il sostegno militare “sostanziale” attraverso la Coalizione dei Volenterosi, segnalando che l’assistenza in armi e fondi proseguirà finché la Russia non interromperà l’aggressione. Questo è un messaggio diretto a Mosca, ma anche a Trump: il sostegno a Kiev non è negoziabile, almeno per il blocco europeo.
Sul piano operativo, un prolungamento dell’aiuto occidentale significa che l’Ucraina potrà continuare a resistere e, in alcuni settori, a condurre operazioni offensive limitate. La strategia è logorare la capacità russa e alzare il costo politico e militare di un’occupazione che si vorrebbe definitiva.
La Casa Bianca, pur aperta al dialogo con Mosca, non ha imposto nuove sanzioni dopo il mancato rispetto dell’ultimatum dell’8 agosto. È un segnale di prudenza, forse per non compromettere il vertice in Alaska, ma rischia di essere letto come una debolezza da parte di Putin. L’idea di un incontro trilaterale con Zelensky è rimasta in sospeso: prima si parlerà a due, poi eventualmente a tre. Una scelta che scontenta Kiev e che offre a Mosca un vantaggio tattico, potendo dettare “condizioni preliminari” senza pressione diretta ucraina al tavolo.
Nei giorni precedenti all’annuncio ufficiale del vertice, Putin ha consultato i leader di Cina, India, Sudafrica, Kazakistan e Uzbekistan. Una mossa chiara: mostrarsi come attore globale con un solido retroterra diplomatico, soprattutto all’interno dei BRICS. Xi Jinping ha benedetto il dialogo con Washington, Modi ha ringraziato per l’aggiornamento nonostante i dazi punitivi americani, Ramaphosa ha riaffermato il sostegno alle iniziative di pace russe. Il messaggio a Trump è evidente: Mosca non si presenta isolata, ma circondata da un network alternativo all’Occidente.
Questo vertice, se gestito in modo sbagliato, può ridefinire gli equilibri economici oltre che politici. Un cessate il fuoco con concessioni territoriali congelerebbe lo status quo e permetterebbe alla Russia di riorientare le proprie esportazioni verso Asia e Africa, consolidando il blocco economico anti-occidentale. Per l’Europa, significherebbe convivere con una Russia rafforzata e con un’Ucraina mutilata, con conseguente instabilità lungo l’intero fianco orientale della NATO.
Al contrario mantenere la pressione militare ed economica potrebbe logorare Mosca nel medio periodo, ma richiede coesione politica interna e resistenza ai costi economici delle sanzioni, in un contesto di inflazione e competizione globale per le risorse energetiche.
Le parole di Zelensky “nessuno farà un passo indietro” non sono retorica: sono la dichiarazione di una linea rossa politica e costituzionale. Cedere territori significherebbe ammettere il fallimento della resistenza e aprire la porta ad altre aggressioni in futuro. Per questo Kiev insiste sul fatto che la linea del fronte non è un confine, ma un’area temporanea di combattimento.
In termini strategici la differenza tra un cessate-il-fuoco e un accordo di pace sta nella permanenza delle forze sul terreno. Un congelamento a favore di Mosca renderebbe quasi impossibile un ritorno ai confini del 1991 senza un nuovo conflitto.
Il 15 agosto non sarà solo un incontro tra Trump e Putin: sarà un test sulla capacità dell’Occidente di mantenere una posizione unitaria, sulla tenuta dell’Ucraina e sulla solidità del principio di integrità territoriale. Sarà anche la misura di quanto la Russia riesca a capitalizzare il sostegno dei BRICS e di quanto Trump sia disposto a bilanciare la sua agenda interna con le esigenze strategiche globali.
Per l’Europa, il messaggio è chiaro: non farsi imporre una pace che somiglia troppo a una resa.












