di Giuseppe Gagliano –
La proposta del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di incontrare Vladimir Putin conferma che il conflitto è entrato in una fase complessa, nella quale diplomazia e operazioni militari procedono parallelamente senza riuscire a convergere verso una soluzione. Mentre Kiev insiste sulla necessità di un cessate il fuoco, Mosca continua a rivendicare progressi sul terreno e a subordinare qualsiasi accordo al riconoscimento delle proprie conquiste territoriali.
Il principale ostacolo resta il Donbass. Per la Russia, che considera ormai quelle regioni parte integrante della Federazione, una rinuncia sarebbe politicamente difficile. Per l’Ucraina, accettarne la perdita significherebbe subire una sconfitta strategica e lasciare esposto il Paese a future pressioni militari. Questa incompatibilità rende estremamente difficile qualsiasi compromesso.
Sul piano militare, la Russia mantiene l’iniziativa e controlla gran parte delle regioni contese, ma non ha ottenuto una vittoria decisiva. L’Ucraina continua invece a compensare l’inferiorità numerica attraverso l’impiego massiccio di droni e attacchi in profondità contro infrastrutture energetiche e militari russe, dimostrando la capacità di portare il costo della guerra anche all’interno del territorio della Federazione.
In questo contesto si inserisce la crescente enfasi russa sul missile ipersonico Oreshnik, presentato dal Cremlino come uno strumento capace di rafforzare la deterrenza nei confronti dell’Occidente. Più che un messaggio operativo, si tratta di un segnale politico rivolto a Kiev, agli alleati europei e agli Stati Uniti.
Anche la dimensione economica assume un peso crescente. La Russia ha dimostrato una notevole capacità di adattamento alle sanzioni occidentali grazie ai rapporti con Asia, Medio Oriente e Sud globale, ma il conflitto continua a generare inflazione, pressione sul mercato del lavoro e una progressiva militarizzazione dell’economia. Una situazione sostenibile nel breve periodo, ma che rischia di produrre effetti strutturali nel lungo termine.
L’Europa continua a sostenere Kiev, ma paga un prezzo crescente in termini di spesa militare, sicurezza energetica e rallentamento economico. Mosca punta proprio su una guerra di durata, convinta che il logoramento possa indebolire la coesione occidentale e rendere sempre più difficile il sostegno all’Ucraina.
La distanza tra le posizioni delle parti resta ampia. Zelensky propone negoziati accompagnati da un cessate il fuoco, mentre Putin preferisce discutere da una posizione di forza, con l’esercito ancora impegnato nelle operazioni offensive. Due approcci che al momento appaiono inconciliabili.
Il rischio è che il conflitto si trasformi in una guerra permanente, non più limitata alla questione territoriale ucraina ma inserita in uno scontro più ampio tra Russia e Occidente. In questo scenario, la pace continua a essere evocata da tutti gli attori coinvolti, ma resta lontana perché nessuna delle parti è disposta ad accettare le condizioni poste dall’altra. Per ora la diplomazia accompagna la guerra, senza riuscire a sostituirla.












