
di Giuseppe Gagliano –
Donald Trump ha messo i leader europei con le spalle al muro: “smettete di comprare petrolio russo”. Il messaggio, rilanciato durante la riunione sulla sicurezza per l’Ucraina, ha due bersagli. Il primo è Mosca, che continua a incassare grazie alle deroghe e ai canali residuali. Il secondo è l’Europa, accusata di voler garantire Kiev a parole mentre alimenta i flussi energetici russi con le sue stesse importazioni. La pressione pubblica su Ungheria e Slovacchia, ancora legate all’oleodotto Druzhba, è il segnale che la Casa Bianca pretende coerenza: o embargo vero, o fine dell’ambiguità.
L’UE ha fissato l’uscita da petrolio e gas russi entro il 2028, ma il percorso è accidentato. Le deroghe all’Europa centrale e l’impatto sui prezzi mantengono aperti varchi che Mosca sfrutta. Chiudere Druzhba o limitarne drasticamente i volumi significa affrontare tre problemi: sicurezza degli approvvigionamenti, riconversione logistica delle raffinerie e compensazioni finanziarie ai Paesi più esposti. Se non risolti, questi nodi continueranno a erodere l’unità europea e a dare respiro alle entrate russe.
Trump non si limita alla Russia: chiede “pressione economica” sulla Cina per il suo sostegno all’industria di guerra russa. È la minaccia di un regime sanzionatorio extraterritoriale più duro, capace di colpire banche, società tecnologiche e catene dual-use. Per l’Europa, intrecciata con l’export verso la Cina, è un dilemma strategico: allinearsi a Washington e pagare il prezzo industriale, o smarcarsi e rischiare ritorsioni Usa. In gioco non c’è solo l’Ucraina, ma la governance del commercio globale nell’era della competizione tra blocchi.
La nascita del fondo d’investimento Usa-Ucraina, con focus su risorse naturali, infrastrutture e difesa, sposta l’asse dal puro sostegno militare a una partnership geoeconomica. Le priorità sono chiare: minerali critici (litio in primis), filiere per batterie e tecnologie abilitanti. Il reinvestimento dei profitti in Ucraina e la presenza della DFC al board segnalano un disegno di “market making”: attrarre capitali privati, de-rischiare i progetti e ancorare gli Stati Uniti alla ricostruzione. Per Kiev è un volano di sovranità economica; per Washington un modo per trasformare l’aiuto in influenza stabile.
Le accuse di “colonialismo delle risorse” non vanno liquidate come pura propaganda. Se gare, concessioni e tutela ambientale non saranno trasparenti, il fondo rischia di diventare un totem polemico. Ma un quadro di governance rigoroso, con concorrenza reale tra operatori e ricadute industriali in loco, può rovesciare la narrativa: da sfruttamento delle materie prime a integrazione nelle catene del valore occidentali. Il punto non è vendere il litio: è creare capacità di estrazione, raffinazione e componentistica in Ucraina, così da ridurre dipendenze da Russia e Cina.
La leva energetica resta il moltiplicatore di potenza di Mosca. Ogni barile europeo sottratto ai flussi russi riduce margini fiscali per l’apparato bellico. In parallelo, il pilastro industriale di Kiev, energia, minerali critici, cantieristica civile-militare, è la precondizione per sostenere lo sforzo bellico nel medio periodo. Senza un back-end produttivo, la superiorità tecnologica occidentale si logora; senza coesione sulle sanzioni, la deterrenza si svuota. La strategia integrata è quindi: tagliare i rubinetti a est e accendere nuove filiere a ovest (in Ucraina).
Per l’UE la partita è tripla. Primo: sicurezza energetica con mix più flessibile (GNL, pipeline alternative, rinnovabili), altrimenti ogni inverno diventa un referendum sulla linea dura. Secondo: coordinamento con Washington sulle sanzioni verso la Cina per evitare shock su auto, chimica fine e macchine utensili. Terzo: presenza attiva nel fondo per l’Ucraina, per non subappaltare a Washington la regia dei progetti strategici. Se l’Europa rinuncia a incidere, tornerà a pagare il conto senza scrivere le regole.
La telefonata di Parigi chiarisce il nuovo copione: meno retorica, più scelte. O l’Europa accetta il costo politico di chiudere i residui canali energetici con Mosca e di coordinare la pressione su Pechino, oppure dovrà convivere con una guerra lunga e un’architettura di sicurezza decisa altrove. L’Ucraina può diventare il laboratorio della re-industrializzazione occidentale o l’ennesimo mercato di estrazione. Dipende dalle regole che oggi, qui e ora,Europa e Stati Uniti scelgono di darsi.











